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Il dramma della crisi italiana dietro l’euforia dei dati Ocse

oil-on-waterCapita che i titoli dei giornali siano uguali, in particolare se le aperture riguardano notizie economiche. Di solito si tratta più di propaganda che di informazione. E’ questo il caso di sabato scorso, 7 novembre, quando sono stati pubblicati i dati Ocse relativi al superindice economico.


Nell’esaltazione patriottica che ha pervaso la stampa nazionale, Repubblica, per esempio, ha sottolineato che “il nostro Paese dà i maggiori segnali di crescita su base annua (+10,8)”, mentre già in sommario si dava spazio alle esilaranti dichiarazione di Berlusconi: “Il peggio è alle spalle. Abbiamo superato anche l’Inghilterra. Siamo i sesti contributori alle spese delle Nazioni Unite, terzi per quelle dell’Europa”.

A leggere Repubblica, si potrebbe dedurre che la crescita del Pil italiano nell’ultimo anno sia stata addirittura del 10,8%. Un risultato incredibile, in tempi di crisi. Di conseguenza, sembrerebbe più che mai giustificata l’euforia del governo in carica (Tremonti: “Il tempo è galantuomo”). Insomma, i nuovi dati Ocse confermano davvero il sorpasso della perfida Albione e la distanza dai cugini spagnoli?

In primo luogo, che tale sorpasso venga dimostrato sulla base dei contributi versati alle Nazioni Unite dimostra che siamo veramente alla farsa. Più seriamente: anche prescindendo dal fatto che i contributi all’Onu sono spesso evasi, essi sono legati al Pil totale, mentre per fare confronti fra Paesi si deve usare il Pil pro capite. Capita così che la Spagna nel 2009 contribuisca solo per $80.7 milioni contro i $138.1 dell’Italia, nonostante la Spagna abbia superato l’Italia come reddito pro-capite già nel 2006 (ancora dati Ocse): nel 2007 il Pil pro capite della Spagna era di $31,586 contro i $30,381 dell’Italia. Nel 2008 e 2009 il risultato finale darà una distanza ancor maggiore perché il Pil spagnolo è diminuito meno di quello italiano.

Ma nel III° trimestre 2009, si legge ancora sulla nostra libera stampa, l’Italia è quella che ha ottenuto la performance migliore. Siamo i primi in classifica. Ma in che genere di classifica? Di che cosa stiamo parlando? Iniziamo a precisare. I dati pubblicati dall’Ocse non riguardano l’andamento del Pil (non esiste quindi una crescita del 10,8, come potrebbero essere indotti a pensare i lettori di Repubblica) ma si riferiscono a un indicatore composito che si chiama “superindice Ocse”, il cui scopo è stimare non lo stato reale dell’economia ma il livello delle aspettative future. I dati sull’andamento del Pil sono inequivocabili: tra i paesi occidentali, solo il Giappone ha un calo tendenziale del Pil superiore all’Italia. Tutti gli altri Paesi, dalla Germania alla Spagna, presentano riduzioni del Pil inferiori.

Pil: II° trimestre 2008/ II° trimestre 2009

Giappone

-6,25

Area Euro

-4,58

Italia

-5,90

Usa

-3,88

Germania

-5,70

Spagna

-3,45

Regno Unito

-5,45

Francia

-2,58

La performance economica dell’Italia durante la crisi non sembrerebbe consentire dunque tutta questa euforia. In aiuto del governo, ecco giungere il superindice Ocse. Che cos’è? I giornali non lo spiegano, i lettori non lo sanno. Il superindice Ocse è un riassunto di vari indicatori che forniscono informazioni qualitative sul futuro, con l’obiettivo di individuare punti di svolta nel ciclo economico (il passaggio da recessione a ripresa e viceversa) con sei mesi di anticipo rispetto a quanto segnalato dai livelli di attività economica come il Pil. Per questo il superindice si chiama Cli, Composite Leading Indicator. Serve cioè, sia chiaro, a cogliere la possibile fine di una tendenza, non a misurare l’intensità della eventuale ripresa nei vari paesi. Inoltre, il metodo di calcolo non è unico per tutti i paesi. Di conseguenze, le comparazioni devono essere fatte con estrema cautela. Per l’Italia, il superindice contiene sei voci, tre relative alle aspettative future (la fiducia delle famiglie e le aspettative delle imprese manifatturiere sulla loro produzione futura e sul loro portafoglio ordini), due dall’Istat (i nuovi ordini al netto delle variazioni del livello dei prezzi e le ragioni di scambio- una misura della tassa petrolifera) e uno della Banca d’Italia sul tasso di interesse sul mercato interbancario a tre mesi. Alcune di queste variabili sono utilizzate per calcolare l’indice anche negli altri Paesi Ocse, ma altre sono diverse. L’indice della Francia e del Regno Unito, ad esempio, comprende anche il numero di registrazioni di nuove automobili e un indice del mercato azionario. L’indice francese considera inoltre il numero dei posti di lavoro vacanti. Rispecchiando, rispettivamente, l’elevata proiezione estera per l’economia tedesca e l’importanza del turismo per l’economia spagnola, l’indice della Germania include il portafoglio ordini sull’estero, mentre quello della Spagna inserisce, tra gli altri, anche il numero di notti in hotel. Perché la Spagna includa le notti in hotel, Francia e Regno Unito includano le registrazioni di automobili e l’Italia no è un mistero che non è possibile risolvere in questa sede.

Che i due indicatori (il Pil e il superindice) mostrino andamenti differenti è del tutto normale quando ci si avvicina alla fine di una recessione. E che dopo una recessione durata più di un anno, ci si aspetti che il Pil non cali più, non è una sorpresa.

Ciò che effettivamente i dati ci dicono è invece che l’Italia si avvicina a motore spento alla fine del tunnel. Il superindice Ocse, infatti, nulla può dirci su quanto davvero la ripresa riuscirà a creare nuovi posti di lavoro. E se osserviamo l’andamento della disoccupazione, della cassa integrazione e dei tassi di precarietà, l’Italia è lungi dall’essere fuori dalla crisi, a dispetto di ciò che ci raccontano i giornali e spera il governo.

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