Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter:

Intervista a Mai Più Disoccupati

Mai Più Disoccupati è un gruppo nato su Facebook, ma che ormai agisce al di fuori della rete con campagne e iniziative pubbliche. A dispetto del nome, MPD non tratta solo di disoccupazione, ma anche di precarietà, reddito, welfare, lavoro e diritti dei lavoratori. Sebbene il persorso di MPD sia alquanto diverso dal nostro, abbiamo scoperto di avere molte cose in comune. Li abbiamo incontrati a Milano agli Stati Generali della Precarietà e li abbiamo intervistati.

Come nasce il gruppo Mai Più Disoccupati?

Siamo nati per parlare di lavoro, anzi: di NON lavoro, perché nel nostro Paese il lavoro come garanzia di reddito, serenità, speranza di un futuro, sta scomparendo! Da subito abbiamo evidenziato come la disoccupazione, il lavoro precario, le forme di occupazione che minano la dignità e la sicurezza degli individui sono in continuo aumento; anche se descritti come fenomeni transitori – in quanto frutto di una difficile congiuntura economica – in realtà si aggravano ogni giorno, appesantendo una situazione già insostenibile per tante persone e famiglie. Sono queste, infatti, a pagare il costo della crisi, in nome di logiche di mercato dipinte come ineluttabili.

Disoccupati, precari, lavoratori in nero, in grigio, gli stessi lavoratori a tempo indeterminato navigano tutti a vista sulla stessa barca!
I fatti dimostrano che ogni giorno chiunque può ritrovarsi disoccupato. Non esiste una linea di demarcazione, di separazione netta tra queste condizioni, e con facilità si può scivolare da una all’altra, anche se la crisi economica si è particolarmente abbattuta sulle forme di lavoro temporanee e meno tutelate: nel 2009,  il 63% di chi ha perso il lavoro era precario!

Quali sono i vostri obiettivi?
MPD vuole costituire un gruppo di pressione che crei una rete di resistenza e lotta su tutto il territorio nazionale. Infatti non vogliamo tanto esprimere un legittimo sdegno, quanto contribuire a organizzare un’attiva resistenza sul territorio, facendo convergere forze diverse su obiettivi e rivendicazioni comuni.
Il nostro primo intento è stato quello di contribuire a diffondere la consapevolezza che la disoccupazione e la precarietà non sono una colpa, in quanto le subiamo! Non essendone responsabili, non dobbiamo viverle con vergogna, ma attivarci per denunciare e combattere l’emarginazione economica e sociale che minacciano la nostra identità, il nostro “progetto di vita”, il nostro stesso diritto di vivere!

In particolare, MPD rifiuta di arrendersi a un mercato del lavoro offeso e svilito, che offre in misura crescente lavoro sempre meno tutelato; rifiuta l’orrore economico degli esclusi dal lavoro quali scarti della globalizzazione; rifiuta di consegnarsi a un sistema economico fondato non sul lavoro, ma sulla sua progressiva scomparsa (una società senza lavoro è una società senza futuro!).

Quali sono i vostri strumenti di relazione, comunicazione e azione?

Il nostro principale strumento di relazione sono le bacheche dei nostri profili Facebook, dalle quali dialoghiamo e ci confrontiamo con migliaia di persone: da qui abbiamo appreso delle tante persone, gruppi e movimenti affini al nostro; da qui abbiamo stretto legami e collaborazioni, uscendo dalla dimensione virtuale del social network.

Quali sono le vostre attività fuori dalla rete?
Abbiamo partecipato alla Mantratona Costituzionale del 15 aprile a Bologna, ripresa in diretta da Annozero, e organizzato mantratone lungo il percorso della Marcia della Pace Perugia-Assisi del 16 maggio; abbiamo lanciato l’evento della Bandiera del Lavoro, esponendo dalle finestre la nostra bandiera e invitando i nostri amici a fare altrettanto, in segno di protesta civile; abbiamo incontrato lavoratori tra cui, il 1° maggio, i lavoratori dell’Agile ex-Eutelia, coi quali si è trascorso una Festa del Lavoro dal retrogusto alquanto amaro; il 26 e 27 giugno eravamo a Genova allo sbarco della Nave dei Diritti salpata da Barcellona e carica dei “messaggeri di solidarietà” provenienti da altri Paesi europei: in particolare abbiamo concorso all’organizzazione della Piazza del Diritto alla Dignità del Lavoro. Recentemente abbiamo partecipato agli Stati Generali della Precarietà in concomitanza con il lancio di due nostre petizioni a sostegno dell’istituzione in Italia del reddito di cittadinanza e del salario minimo legale.

Conoscete le reti precarie che costituiscono la Mayday? Come vi sono sembrati gli Stati Generali?
Gli Stati Generali della Precarietà hanno rappresentato un importante momento di discussione e approfondimento, di confronto e condivisione tra diverse reti precarie. Ci sono sembrati le prove generali per la realizzazione di piattaforme communicative e programmatiche condivise, in vista di alleanze sociali e politiche capaci di radicarsi nei diversi territori al fine di conseguire obiettivi concreti.
L’auspicio è che siano l’inizio di un percorso di condivisione per coinvolgere altre realtà e creare una solida rete di resistenza e di lotta su tutto il territorio nazionale.

Speriamo che gli Stati Generali della Precarietà diventino un luogo di confronto allargato e permanente, uno spazio collettivo di interazione per ricomporre specifiche istanze sociali attraverso una progettualità comune che produca forme di mobilitazione su base nazionale e locale a partire dalle lotte per il reddito e per il lavoro.

Per noi la lotta contro la precarietà è un mix un po’ particolare di agitazione culturale, azione biosindacale, complicità e protagonismo precario. Per voi cosa significa lottare contro la precarietà?

Per noi è impossibile continuare a pensare all’Italia come a un Paese democratico se il lavoro si è fatto incapace di produrre sicurezza e benessere, impotente a orientarsi e a guardare al futuro, involucro dell’anima nera di un capitalismo senza freni e senza inibizioni.

Ci chiediamo come possa essere garantita la democrazia se manca lo strumento principe – il lavoro – col quale ciascuno può affrancarsi da quegli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendone sia lo sviluppo della persona umana, sia l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese!

Per dirla con le parole di Gustavo Zagrebelsky, “senza uguaglianza la democrazia è un regime”,  e combattere precarietà e disoccupazione significa anche difendere la nostra democrazia e la nostra libertà!

Pensiamo allora che sia importante che nel nostro Paese si riscopra (o forse si scopra?) il valore della “cittadinanza attiva”, della partecipazione consapevole di ogni persona alla vita culturale, politica e sociale, per inserirsi pienamente in quella rete di diritti-doveri che le competono e la esprimono.

Di qui il nostro impegno per fare rete con quelle realtà democratiche che come noi si oppongono allo sfascio e alla resa della nostra Società civile, e che continuano ad adoperarsi per la piena realizzazione dei principi costituzionali.

La manifestazione della fiom del 16 è stata partecipatissima; da una parte vi è stata un’apertura sulle tematiche del reddito, dall’altra però un ritorno alla centralità del protagonismo operaio, che sembra un po’ datata. Cosa ne pensate? I precari potranno essere salvati dagli operai?

A nostro avviso oggi fanno parte della classe operaia non solo il proletariato industriale, ma il complesso stesso dei lavoratori dipendenti, in particolare di tutti coloro che lavorano ogni giorno per sopravvivere, svolgendo lavori umili, o poco riconosciuti e mal retribuiti: giovani, sottoccupati, precari, lavoratori in nero e in grigio, ma anche disoccupati. D’altro canto pensiamo che sia un’opportunità molto interessante quella del ritorno del protagonismo operaio. Nelle grandi aziende industriali non c’è quell’insidiosa frammentazione che impedisce ai lavoratori di acquisire una vera coscienza di classe.
Un esempio di frammentazione: in uno stesso ospedale, molti operatori (gli addetti alle pulizie, alla ristorazione, e parte degli infermieri) non sono dipendenti dell’azienda ospedaliera, ma di diverse realtà, quali cooperative e agenzie di somministrazione. Questi lavoratori vivono una babele di situazioni differenti, che li disperde e li ostacola nello sviluppare quello spirito di corpo che ha consentito invece ai lavoratori, negli anni ’50 -’70, di portare avanti la lotta in difesa dei propri diritti.

Qual è il vostro approccio a questo problema?
Non possiamo aspettare che i sindacati ripensino il proprio modo di agire senza porci l’obiettivo di costituire – per loro e per l’intera classe politica – un forte stimolo, fatto di “agitazione culturale”, di provocazioni intelligenti e lecite, di proposte costruttive, in un clima di rivendicazione del proprio diritto al lavoro e dei propri diritti in quanto lavoratori.
Poi ci pare di notevole interesse la lotta energica del mondo della scuola. In tante parti d’Italia i docenti stanno svolgendo un’opera insostituibile, fatta di rivendicazioni, di informazione alla cittadinanza, di contrasto allo sfascio della scuola pubblica, che è interesse di tutti noi salvare. Operai, insegnanti e studenti, precari e disoccupati, movimenti che fanno della cittadinanza attiva il centro del loro esistere possono fare molto per questo Paese, e diviene importante contribuire a costruire una rete che renda conoscibili a tutti i motivi e gli appuntamenti delle loro battaglie.

Quali sono i prossimi progetti di Mai Più Disoccupati?

Tra le nostre iniziative già avviate:“L’Avvocato risponde”, un servizio di consulenza legale in materia di Diritto del Lavoro offerto ai nostri amici; le due petizioni per il reddito di cittadinanza e il salario minimo legale (evento su Facebook; sottoscrizioni sul sito Petizioni Online). Il reddito di cittadinanza e il salario minimo legale rientrano tra i diritti inalienabili, e le petizioni servono a sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni ora marginali nel dibattito politico italiano.


Prossimamente intendiamo lanciare un progetto nel quale vorremmo coinvolgere San Precario. Si tratta di un’iniziativa che prevede la creazione di nuove forme di società di mutuo soccorso, riscoprendo il concetto di comunità e i valori solidaristici, in alternativa all’individualismo e alla frammentazione economico-sociale oggi dilaganti.

Di cosa si tratta?
Le “Vitamine Metropolitane”, questo potrebbe essere il loro nome, sono persone che si costituiscono inizialmente in gruppi informali su base territoriale, per superare un oggettivo stato di bisogno e per condividere e valorizzare le risorse in loro possesso (beni materiali, competenze professionali, esperienze lavorative, percorsi individuali) creando opportunità collettive, in primo luogo di lavoro. Infatti, se le risorse dei singoli sono di per se stesse inadeguate e insufficienti per il sostentamento della persona, diversamente nel loro insieme possono risultare sinergiche e foriere di nuove opportunità economiche e sociali.
Anche le “Vitamine Metropolitane” costiuiranno una rete su tutto il territorio nazionale, condividendo ulteriormente risorse, conoscenze, ed esperienze.

Pensi che sia possibile collaborare per poter pretendere continuità di reddito e diritti?

Collaborare non è solo possibile… ma anche auspicabile! Ci sono tanti modi per cambiare la realtà, ma ci piacerebbe che nel tentativo di uscire da questa emergenza democratica, sociale ed economica che si è creata nel nostro Paese, imparassimo finalmente a esprimerci come una comunità solidale, come un popolo, e non un insieme di individualità incapaci di dialogare, collaborare e ascoltarsi reciprocamente…
Ciascuno di noi può essere per l’altro risorsa e salvezza. Insieme possiamo dar voce al nostro desiderio di riscatto e cambiamento!

Articoli Correlati: