Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter:

La Big Society

Annunciata per la prima volta da David Cameron nel 2009, l’idea di Big Society ha al centro il rifiuto di un governo troppo ingombrante e il trasferimento delle responsabilità dallo stato alla società civile, cioè le persone, le famiglie, le organizzazioni di cittadini. Si tratta del nome dato ad un’idea politica avanzata dal manifesto elettorale del partito Conservatore nelle elezioni politiche del 2010 ed ora elemento centrale dell’agenda politica del governo.
Una risposta da destra vicina al concetto di sussidiarietà.

Da una parte essa cattura un’aspirazione, il desiderio di vivere in un paese in cui le persone e le comunità si assumano una maggiore responsabilità e abbiano la capacità collettiva di risolvere pressanti problemi sociali. Dall’altra, si tratta di una definizione in cui ricadono una serie di misure politiche volte a stimolare la società civile. I dettagli di queste proposte sono ancora in via di discussione, ma comprendono misure mirate ad incoraggiare l’iniziativa sociale, politiche che delegano i poteri a livello locale e che aprono i servizi pubblici ad organizzazioni no profit.
Queste proposte si collocano all’interno di un contesto di tagli alla spesa pubblica come non se ne erano visti nel Regno Unito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Per alcuni, La Big Society equivale al tentativo di volontarizzare i servizi pubblici, ridurre la parte pubblica e lasciare che i singoli volontari e le associazioni riempiano il vuoto. Molte sono le voci di critica che mettono in dubbio la capacità del settore volontario di colmare il deficit di servizi pubblici, non da ultimo perché molte di queste organizzazioni ricevono finanziamenti pubblici e saranno colpite dai tagli alla spesa esse stesse.
Pur essendo vero che Big Society non è un sinonimo di no profit, si è enfatizzata molto la necessità di aumentare il loro ruolo nella gestione dei servizi pubblici. Le organizzazioni no profit hanno potenzialmente tutta una serie di punti forti, ma questi vanno articolati in maniera più chiara.
E’ tutt’altro che evidente che esista una riserva nascosta di donatori e volontari disposti a riempire il vuoto lasciato dai tagli alla spesa pubblica. Oltre ciò, non si può negare che la volontarizzazione dei servizi pubblici minacci il livello di erogazione degli stessi e rischi di creare delle lacune nella loro distribuzione.
L’annuncio della Big Society come politica del Partito Conservatore ha marcato una rottura con il passato per almeno due aspetti.
In primo luogo, ha segnato un cambiamento rispetto al precedente governo laburista, responsabile di un lungo periodo di crescita della spesa pubblica, con un picco del 47,4% del PIL nel periodo 2009-2010. Nella prospettiva del Partito Conservatore, il Big Government era diventato esso stesso il problema e non la soluzione ai problemi della società. Una volta eletta, la nuova coalizione ha annunciato un aggressivo pacchetto di tagli volto a ridurre il deficit. Il bilancio del Dipartimento per le Comunità e i Governi Locali è stato tra i più colpiti, assieme a quello dell’Istruzione e del Welfare. Tuttavia, l’annuncio della Big Society ha indicato che l’era dei tagli alla spesa pubblica
non avrebbe portato il ritorno del punto di vista Tatcheriano che auspicava una contrazione dello stato. Si tratta di una sorta di conservatorismo compassionevole in cui il ruolo dello stato è quello di creare una società forte.

Così come viene definita dal governo, la Big society consta di tre principali elementi:
1. dare più potere alle comunità, inclusi maggiori controlli locali sulla programmazione;
2. promozione dell’iniziativa sociale, in particolare il volontariato e le donazioni;
3. apertura dei servizi pubblici alle organizzazioni no profit.

Le associazioni no profit hanno potenzialmente molto da offrire in termini di servizi pubblici, ma la tesi deve ancora essere articolata chiaramente sia teoricamente che empiricamente. Non è scontato che esista una riserva nascosta di donatori e volontari pronti a riempire il vuoto degli stanziamenti pubblici e le misure atte a promuovere la Big Society sono indebolite dall’entità dei tagli alla spesa pubblica che minacciano le organizzazioni di volontariato.

Oltre a ciò la volontarizzazione dei servizi pubblici minaccia sia il livello dei servizi stessi, sia la capillarità della loro erogazione. L’enfasi sta sull’ampliamento delle associazioni del Terzo Settore nell’erogazione dei servizi pubblici, ma va strutturato il loro ruolo. La spesa pubblica è cresciuta considerevolmente dal 1997 al 2010, ma ciò non è servito a ridurre la povertà, da qui un’era di austerità che dovrà durare almeno fino al 2016.
Le associazioni no profit possono essere innovative, impegnate, dedite, dinamiche, affidabili, ma anche inefficienti, ideologiche e spendaccione. Per quanto riguarda i loro modelli economici, esse sono definite da un divieto redistributivo, ovvero possono avere dei profitti, ma non distribuirli ai titolari, bensì reinvestirli nell’associazione stessa o venire spesi per degli extra.

L’assenza della motivazione del profitto consente di impegnarsi in maniera credibile per produrre un livello più alto di qualità. C’è un minore incentivo a ridurre la qualità per aumentare i profitti. Questa qualità può essere pensata in maniera unidimensionale, per esempio un migliore livello di erogazione dello stesso tipo di servizio, o multidimensionale, per esempio un diverso tipo di offerta, in sintonia con la missione dell’organizzazione.
L’effetto legato al divieto di distribuzione degli utili si può osservare nel fatto che le persone hanno in generale una maggiore fiducia nelle associazioni benefiche piuttosto che nelle imprese private o nei governi.
Un possibile svantaggio delle no profit è che possono avere costi più alti rispetto alle imprese for profit. Prima di tutto può effettivamente essere più costoso produrre una qualità superiore. In secondo luogo, lo stato di associazione no profit può essere relativamente più allettante per le imprese ad alto costo, essenzialmente perché il costo di rinunciare all’utile è più basso.
Infine, la pressione sui costi può essere meno sentita a causa dell’assenza di proprietari e dei vantaggi fiscali di cui godono molto organizzazioni no profit.
Tuttavia vi è un potenziale vantaggio delle no profit in quanto esse possono attirare donazioni e possono credibilmente impegnarsi a non espropriare le donazioni e attirare così maggiori donazioni da persone intimamente motivate. Allo stesso modo possono attirare lavoratori intimamente motivati attraverso un processo di incontro degli obiettivi per cui costerebbe meno erogare servizi. Un ipotetico meccanismo mentale suggerisce che la mancanza del profitto come obiettivo finale rende più credibile che le donazioni siano effettivamente usate per migliorare la qualità o quantità dei servizi.
Vi sono crescenti evidenze di una maggiore motivazione intrinseca fra le no profit piuttosto che fra le imprese for profit, ma minori evidenze che esiste una differenza significativa fra i lavoratori no profit e quelli del settore pubblico.
Nella maggior parte dei paesi del mondo i lavoratori del settore pubblico hanno una maggiore motivazione pro sociale rispetto a quelli del settore privato, ma non c’è una differenza chiara fra lavoratori del settore pubblico e lavoratori del settore no profit. La relazione fra settore e lavoro donato è il risultato di un processo di selezione, piuttosto che di un cambiamento di comportamento delle persone quando passano da un settore ad un altro, in pratica persone altruiste scelgono settori altruisti.
La conclusione è che la motivazione intrinseca e il comportamento prosociale sono sensibili alla forma organizzativa, ma che la principale differenza è fra imprese a scopo di lucro e altre forme organizzative.
Secondo il World Giving Index i livelli di impegno in attività sociali in Gran Bretagna non sono bassi rispetto agli standard internazionali. La percentuale di volontariato e donazioni come quota del PIL sta tra il 3 e il 4 per cento (in Italia siamo a meno dell’1 per cento). L’età della popolazione incline a donare si innalza, la quota di donazioni in denaro fatte da persone oltre i 60 anni era del 33% nel 1978 e del 44% nel 2008. Le donazioni non sono equilibrate, il 60% del denaro è donato dal 10% dei volontari, due terzi del tempo è donato dal 7% dei volontari. Le donazioni in denaro sono una quota costante del PIL dal 1988 nonostante i cambiamenti politici, economici e tecnologici.
Analoghe difficoltà si potrebbero riscontrare per raggiungere un incremento delle donazioni di tempo. Quando si chiede quali sono le principali ragioni per non fare volontariato le risposte suggeriscono che le principali barriere non sono la mancanza di informazioni o di occasioni, ma la mancanza di tempo o causa di altri impegni. In pratica, le osservazioni suggeriscono che molte persone stanno già dando un grosso contributo e che potrebbero non avere né il tempo, né il denaro per fare di più.
Il contrasto tra Big Government e Big Society ignora il fatto che molte associazioni no profit ricevono finanziamenti pubblici e di conseguenza i tagli alla spesa le minacciano. Il 36% di esse riceve denaro pubblico. I dati suggeriscono che il settore potrebbe perdere fino a 5 miliardi di sterline e allo
stesso tempo, i tagli al welfare potrebbero causare un aumento della domanda dei servizi. Rispetto ai tagli proposti, la spesa per le iniziative della Big society è piccola:
• 200 milioni di sterline per la Big Society Bank;
• 100 milioni di sterline per il fondo di transizione;
• finanziamento di 5000 organizzatori di comunità professionisti;
• servizio civile nazionale per 11000 ragazzi di 16 anni.
Un recente studio ha dimostrato che i fondi statali hanno un impatto negativo sulle donazioni, poiché le associazioni benefiche reagiscono ad essi riducendo le loro spese per la raccolta fondi. Sono necessari ulteriori studi su tale relazione.
Anche se il livello di erogazione volontaria di servizi sta aumentando, esiste comunque un rischio di lacune nell’erogazione. Ripensiamo a John Stuart Mill: ”la carità fa quasi sempre troppo o troppo poco; elargisce la propria generosità in un luogo e lascia morire di fame le persone in un altro”. L’offerta di donazione volontaria potrebbe non corrispondere alla domanda sia dal punto di vista geografico, che da quello delle esigenze specifiche. Le associazioni no profit hanno attualmente maggiori possibilità di ricevere finanziamenti pubblici se forniscono servizi per gruppi svantaggiati e se operano in aree svantaggiate.
Per contro i volontari hanno due volte e mezzo più probabilità di trovarsi nelle aree più ricche piuttosto che in quelle più povere e le persone donano a cause
particolari a motivo di ragioni personali.
Rimane pertanto una certa confusione su ciò che significa realmente BigSociety. Un reale timore riguarda la misura in cui il settore del volontariatopossa colmare il vuoto creato dai tagli alla spesa pubblica.

Articoli Correlati: