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La conoscenza è come l’acqua

acquaDell’espropriazione dei beni comuni
Che Silvio Berlusconi abbia come primo obiettivo quello di utilizzare il proprio ruolo per promuovere interessi personali (aiutato com’è da un’opposizione molto blanda) è accertato, ormai, dall’esperienza. Ma il governo di centro-destra non dimentica di prendere anche altri provvedimenti, forse ancor più pericolosi di quelli di carattere strettamente “privato”.

Senza il molto clamore e le tante fanfare che sono state suonate dal “partito dei giornali” quando si trattava di escort e di festini, vengono portati avanti gli interessi dei settori economici più forti e corporativi, un vero e proprio assalto al sistema economico italiano.

E’ in atto un processo di espropriazione del territorio e delle sue risorse naturali fondamentali, mentre si provvede a rendere più dipendente e subordinata agli interessi privati il bene comune per eccellenza del paradigma contemporaneo, vale a dire l’istruzione e la ricerca. Come leggere altrimenti l’approvazione del decreto che autorizza la privatizzazione della gestione e distribuzione delle risorse idriche? E come analizzare, se non in questa chiave, il progetto di Legge Gelmini sulla riforma universitaria?

Nel primo caso, la scusa è quella di dover ottemperare agli obblighi imposti dalla Commissione Europea, il governo approva un decreto – definito “salva-infrazioni” per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di “sentenze della corte di giustizia europea” (a proposito: strano che tale procedura non venga attuata quando la corte di giustizia europea impone di togliere il crocefisso dai luoghi pubblici oppure condanna l’Italia per non aver istituito un reddito minimo di sussistenza, no?). Il ministro Ronchi, insomma, vara anche perché indotto dall’Europa, la liberalizzazione delle pubbliche utilities, tra le quali l’acqua. Sia
chiaro: l’acqua rimane comunque un bene pubblico ma la nuova legge impone il fatto che almeno il 40% della gestione e della distribuzione idrica divenga privata. Ovviamente, tutto ciò viene giustificato in nome
dell’efficienza economica, dal momento che gli acquedotti di Stato consentono sprechi valutati intorno al 30% del prezioso “oro liquido”.

La prassi, poi, è consolidata: quanto si vuole procedere alla privatizzazione di un bene comune, basta consegnarlo al degrado. Lo si sta facendo con la sanità e la scuola, lo si è fatto per l’acqua, il trasporto aereo eccetera. In realtà le finalità di questo provvedimento sono ben altre. In primo luogo, il business dell’acqua in Italia (più che altrove) è strategico. Sono anni che, in seguito a campagne più o meno denigratorie contro l’acqua del rubinetto, si è spinto il consumo verso l’acqua minerale prodotta dalle grandi multinazionali, al punto tale che il consumo di acqua oligominerale è il più alto d’Europa, a esclusivo vantaggio delle multinazionali dell’acqua.

In secondo luogo, la materia prima “acqua” al pari del petrolio è al centro di forti attività speculative sui mercati finanziari. Ad esempio, venerdì 20 novembre – giornata tragica per le borse europee (con gli indici mediamene in calo del 2%) – solo i titoli legati alla privatizzazione dell’acqua hanno fatto registrare guadagni nelle quotazioni, a volte persino clamorosi. Aziende in alcuni casi poco note, come Mediterranea delle acque e Acque Potabili hanno registrato aumenti da boom finanziario: + 14%, dopo il +14,2% del giorno prima, il primo, +27% (+21,19 mercoledì), il secondo. L’impressione è che la le grandi multinazionali della finanza inizino a credere sempre più che una nuova bolla speculativa possa scaturire dalla finanziarizzazione dei beni “comuni”, attraverso la loro privatizzazione. Non è il caso solo dell’acqua: le società che gestiscono rifiuti, tecnologie ambientali e le grandi imprese delle infrastrutture (ponti e costruzioni), dopo aver toccato il minimo storico nella primavera scorsa, hanno segnato aumenti
intorno al 20% (anche se nell’ultimo mese si è verificato un nuovo calo, in linea con l’andamento generale).

Sul lato della riforma universitaria e della ricerca (parliamo qui del bene comune “conoscenza), il disegno di legge di riforma (l’ennesima) dell’Università, presentato recentemente dalla Gelmini, se approvato, prelude a scenari preoccupanti. I dettagli sono inquietanti: i rettori avranno più potere (di qui il consenso di molti tra loro) al pari del Consiglio di amministrazione, non elettivo, e costituito per almeno il 40% (la stessa percentuale minima della privatizzazione dell’acqua, guarda
caso) da privati. I quali decideranno la programmazione finanziaria e strategica dell’ateneo e controlleranno ricerca e didattica, in violazione del dettato costituzionale. Non è altro che il primo passaggio verso la costituzione di Fondazioni (economiche) di Diritto Privato (ovvero la strisciante privatizzazione) come stabilito dal D.L. 133 approvato nell’agosto 2008, e di cui oggi si cominciano ad intravedere le nefaste conseguenze. Gli organici della docenza (che in Italia contano 135mila unità meno che in Germania e 56mila meno che in Gran Bretagna) saranno ulteriormente ridotti, benché da noi il rapporto docente/studenti sia già 5 punti al di sotto la media Ocse. Al posto dei ricercatori (ruolo ad esaurimento) ci saranno contrattisti (precari) che dovranno abilitarsi entro sei anni, pena l’espulsione dal sistema. Nel frattempo i concorsi rimangono bloccati, con buona pace dei 65mila precari che oggi permettono
all’università di andare avanti. Come rimangono bloccati i fondi per la ricerca Prin e Firb. Negli ultimi 5 anni, per ragioni di bilancio, gli stanziamenti all’Università si sono ridotti di 4 miliardi di Euro. Tutto ciò, ovviamente, “senza maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

Due esempi concreti (tra altri possibili) di come la rapina selvaggia della cooperazione e del valore sociale rappresentino il centro degli appetiti e della natura parassitaria del capitalismo contemporaneo.

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