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L’Affaire Lampedusa…

…ovvero come una persona in cerca di un futuro migliore diventa un “clandestino”

“Si organizzino delle navi per fare da barriera nel Canale di Sicilia” questa la brillante idea del governatore Raffaele Lombardo per bloccare l’arrivo dei migranti dal Nord Africa a Lampedusa. Se finora l’equilibrio interno a questo avamposto della detenzione amministrativa ha in qualche modo retto, è grazie allo straordinario spirito di tolleranza ed accoglienza dimostrato dalla popolazione isolana giunta ormai all’esasperazione, ma ciononostante fermamente refrattaria ai discorsi xenofobi e razzisti che i vari Bossi, Borghezio o Le Pen cercano di instillare in primis negli abitanti di Lampedusa.

La vicenda merita una riflessione più approfondita: è evidente che sulla pelle dei migranti si gioca una partita importante. Una macchina del fango che riveste con la sua retorica razzista i corpi di migliaia di persone facendole diventare i temuti “clandestini”. La trasformazione inizia con il trattenimento prolungato nei Cie, nei Cara o a cielo aperto sull’isola di Lampedusa, ammucchiati oltre misura nella più inimmaginabile sporcizia e deprivazione: occorre mostrare le belve sudice e ribelli ai bravi cittadini italiani e ai connazionali rimasti in patria, guardate che succede a varcare il Canale (qualcuno si ricorda le immagini degli albanesi trattenuti nello stadio di Bari nell’agosto del 1991 con i viveri calati dall’alto? Vent’anni fa il “nemico” parlava albanese).

Il Lager è solo la forma estrema di esibizione dell’ “essere di troppo” di un gruppo etnico o sociale e nel contempo di monito per chi resta fuori ma potrebbe finirvi dentro. Non è un punto d’arrivo obbligato (infatti oggi ce ne sono versioni più miti, i Cpt, Cie, Cara, ecc.) e sono diversi gli “ospiti”, ma è importante capire come si arriva alla logica del “campo”: censimento identificativo (oggi zingari, anche se italiani, e immigrati), modulazione dei diritti di assistenza e cittadinanza fino alla completa esclusione, spostamento incessante per far vedere che non hanno comunanza comunitaria e territoriale con gli altri, che sono appunto “di troppo”, dunque impiegabili a piacere in qualsiasi tipo forzato di lavoro e, al limite, massacrabili nell’indifferenza. Oggi il massacro non è certo la regola, se non nella forma del pogrom di avvertimento (come avvenuto a Castel Volturno e a Rosarno), mentre prevale l’uso di campi e centri a varia denominazione come filtri per la manodopera illegale e inviti eloquenti a obbedire in silenzio, “corpi docili e utili” avrebbe detto Michel Foucault. La logica del villaggio recintato (ultimi Mineo e Manduria) è di richiudere un certo numero di persone con il miraggio del permesso di soggiorno da profughi e la paura dell’espulsione. Da qui i più intraprendenti scappano tentando di arrivare in Germania o in Francia (che sta esercitando un controllo ferreo sul confine di Ventimiglia), ma la maggior parte è destinata ad ingrossare le file del lavoro nero, vero cardine dell’economia italiana.

Il clandestino, dunque, è un essere in carne ed ossa, ma la clandestinità è un prodotto giuridico e sociale, fabbricato secondo un piano preciso che prevede due categorie comunicanti: regolari e clandestini. Non ci sono gli uni senza gli altri: occorre quindi fissare una distinzione arbitraria che tuteli una minoranza costruendo una maggioranza deprivata di diritti e abbandonata allo sfruttamento più bieco giustificato dall’”essere di troppo”. Il dispositivo attuale implica in realtà tre settori: regolari con permesso di soggiorno collegato a un contratto, clandestini espellibili (ma ben poco espulsi), richiedenti asilo. Questo terzo gruppo, peraltro ben poco tutelato nella legislazione nazionale rispetto agli standard europei, ha una funzione strettamente politica, di appendice alle campagne belliche calde o fredde. Dopo la caduta del Muro di Berlino i richiedenti asilo sono diventati imbarazzanti e nessuno se ne vuole occupare, anche perché provenienti spesso da aree oppresse da “amici” dell’Occidente (kurdi, afghani palestinesi, irakeni, maghrebini).

Il governo italiano si arrovella oggi sulla fittizia distinzione fra profughi di guerra (da accogliere) e clandestini (“fora di ball” dichiara con piglio istituzionale il ministro Bossi), cercando di mantenere la creazione artificiale di clandestinità con evidenti contraddizioni: perché i 200.000 tunisini espulsi dalla Libia e assistiti alla frontiera con il contributo ufficiale italiano non sarebbero profughi di guerra? Cosa li distingue dagli altri tunisini? E gli etiopi ed eritrei, che adesso riconosciamo come richiedenti asilo perché arrivano dai porti libici, non sono gli stessi che abbiamo riconsegnato qualche mese fa ai campi di concentramento dell’allora amico Gheddafi? Comunque vengano dosate e distribuite tali categorie, il criterio decisivo è quello dell’emergenza, comodissimo per giustificare ogni arbitrio amministrativo e per mantenere i fenomeni sociali (dal mercato del lavoro alla cittadinanza) sotto un regime d’eccezione. Per quanto riguarda il come uscire da questa situazione il governo italiano sembra avere le idee chiare:“Il piano alternativo del governo prevede il respingimento di massa e dunque – se nei prossimi giorni non ci sarà un blocco degli sbarchi – la nave San Marco e quelle della flotta Grimaldi potrebbero fare direttamente rotta su Tunisi”, Maroni dixit. Una via d’uscita da questa logica emergenziale sarebbe quella dell’apertura di un serio dibattito sul diritto d’asilo europeo: un primo passo verso la costruzione della nuova Europa multietnica dei diritti e non dei bombardieri. Per non dimenticare la lezione di piazza Tahrir.

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