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Le (nuove) minchiate di M’I(n)chino

Sappiamo che numerose sono le imprese che chiudono in seguito alla crisi o con la scusa della crisi economica. La maggior parte sono di proprietà multinazionale. Ecco alcuni esempi, tra i numerosi:  Alcoa (Usa), Nokia-Siemens (Finlandia-Germania), Glaxo Smithkline,… E’ dal 1990 che buona parte del patrimonio produttivo italiano è stato acquisito da capitale straniero. Basti pensare all’industria alimentare, a quella chimica-farmaceutica, all’industria degli elettrodomestici, dei macchinari: tutti settori, che negli del dopoguerra avevano fatto la fortuna dal capitalismo italiano. E’ oramai assodato che l’Italia industriale entra a far parte della filiera produttiva globalizzata con il ruolo subalterno di subfornitrice, non in grado di influenzare le scelte strategiche e tecnologiche dell’elite mondiale (con forse la sola eccezione della Fiat, se l’affaire Crysler darà i risultati sperati).

In questo contesto, risultano risibili le dichiarazioni rilasciate dal professor Pietro M’I(n)chino all’Espresso dell’11 febbraio 2010, a proposito dell’incapacità di Cgil-Cisl-Uil di opporsi efficacemente alla crisi: “[La crisi, ndr] è soprattutto conseguenza dell’incapacità degli italiani di scegliersi imprenditori migliori su scala globale. Mentre il capitale sceglie i suoi addetti nell’intera platea globale, l’Italia è uno dei Paesi europei più chiusi agli investimenti stranieri [???, ndr]. Una responsabilità che dividerei in parti uguali tra politici, imprenditori e sindacalisti”.
Chiaro il concetto? L’Italia non si apre agli investimenti stranieri (ma se il capitale internazionale ha già comprato tutto ciò che valeva la pena comprare), gli italiani non sono capace di scegliersi gli imprenditori migliori (da bravi idioti irresponsabili, si accontentano della prima impresa che offre loro lavoro o della prima offerta di acquisizione che ricevono) e quindi è un po’ colpa loro se poi le imprese chiudono.
L’idea del prof. M’I(n)chino nasce da una profonda convinzione: che tra imprenditore e lavoratore, ovvero tra capitale e lavoro, ci siano pari opportunità, che entrambi abbiamo libertà di scelta: il capitale è libero di scegliere i propri dipendenti, il lavoro i propri padroni. Nelle filiere di subfornitura, molte imprese sono semplicemente dipendenti ed eterodirette dalle scelte fatte ai piani alti. Se vuoi sopravvivere subisci e scarichi su chi sta sotto. E chi sta sotto è sempre il lavoro.
E’ il libero mercato, bellezza!
Ma il prof. M’ I(n)chino dove vive?

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