Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter:

Roma: 14 dicembre 2010

Scena 1: Dal palazzo

Il Ddl Gelmini, mentre taglia di 1,3 miliardi di euro in tre anni il fondo di finanziamento ordinario per l’Università pubblica, concede incrementi di finanziamento per le Università telematiche private e per il Cepu. Catia Polidori, famiglia proprietaria del Cepu, eletta con Fini e membro di Fli, decide all’ultimo momento, guarda caso, di votare la fiducia al marcescente governo Berlusconi Per onestà di cronaca, non è l’unico caso.  Vi sono anche altre due parlamentari di Fli e pure l’astensione dei Sudtirolesi, abbagliati dalla possibilità che il Parco dello Stelvio possa diventare patrimonio dei bolzanini. Non abbiamo altro aggiungere. Questa è la politica oggi in Italia.

Se vogliamo essere più sofisticati, è l’esito di un decennio (ma forse è un ventennio!) in cui il dibattito politico è l’espressione di un regime, non più totalitario, come ai tempi del ventennio, ma velleitario. La politica oggi è forma di imposizione di logiche di dominio e controllo sociale, dettate dalle esigenze dei poteri economici (leggi modello Fiat-Cisl), sociali (leggi Bossi-Fini e Sacconi-Vaticano) e militari (l’illusione, questa sì nostalgica del ventennio, della coppia La Russa-Maroni).

La politica non è più l’arte della mediazione di democristiana memoria: esigenza di facciata della democrazia borghese, oggi pallido riccordo. Il dibattito politico, che il 14 dicembre 2010 si è farsescamente riprodotto nel parlamento, è tra due logiche di imposizione, di segno diverso, ma di sostanza comune: da un lato l’asse PD-IdV, portatore di una sorta di pseudo legalitarismo di maniera, dall’altro il duo Berlusconi-Bossi, che propina un modello di arbitrii feudali post litteram.

Da questo punto di vista per noi, precarie e precari, non c’è comunque scampo.


Scena 2: Dalla piazza

Per una volta ciò che è successo può essere raccontato senza troppi ghirigori.

Il circo mediatico, di giornale in telegiornale, ripete con poche differenze gli stessi mantra: la distanza fra strada e palazzo, il ritorno agli anni settanta, i pochi black bloc che possono tutto, la presenza degli infiltrati, il ritorno dei centri sociali, degli autonomi, dei professionisti dello scontro, la divisione fra i buoni ed i cattivi ed infine la generazione precaria a cui è vietato il futuro. Una raffica di parole sparate in ordine sparso, alcune volte senza logica, altre volte con  l’espressa volontà di usare ciò che è successo per conti terzi.

Ma Ieri ciò che è accaduto a Roma è semplice da spiegare: si è coagulata un massa critica di umanità varie che ha rotto l’eccezione italiana di una crisi subita in silenzio riportandoci di fatto fra le genti d’Europa. Ieri, infatti, ciò che è successo c’entra poco e nulla con gli anni 70 e Genova 2001 , ma geneticamente è molto simile a ciò che avviene nelle strade di Londra, in quelle di Atene e Parigi.

Ciò che è accaduto ieri è una rivolta di popolo. Una rivolta di quella generazione precaria che ha smarrito speranze e futuro. Una rivolta, si badi bene, che non è il frutto di una riprovevole distanza del Palazzo dalla Strada, ma al contrario,  è il risultato del modo con cui il potere gestisce e amministra  strade, territori, risorse, beni comuni, tempo e corpi; “fonti di guadagno” rispettivamente, militarizzate, cementificati, sfruttate, privatizzati e precarizzate.

In questo fra centro destra e centro sinistra, c’è veramente poca distanza. Ai politici, politologi, politicanti e informatori e disinformatori il compito di blaterare sulla fine della mediazione e della rappresentanza. A noi precari il compito costruire ed affermare le ragioni di un punto di vista diverso fondato sulla riappropriazione del reddito e dei diritti.

(continua…)

Articoli Correlati: