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Fiat, il paso doble della restaurazione

Gli accordi siglati dalla Fiat relativi alla riorganizzazione dei siti produttivi italiani pongono delle questioni ineludibili per le forze di sinistra, sul piano sindacale come sul piano politico.

1. In primo luogo, questi accordi ci dicono chiaramente che cosa è oggi  la democrazia politica in questo paese. Sono decenni che la politica non riveste un ruolo di mediazione dei conflitti e di interessi contrapposti. Oggi la politica è semplicemente l’arte dell’imposizione di un interesse particolare, spacciato come generale.
Tutto ciò è evidente laddove la contrapposizione degli interessi, – le contraddizioni del sistema, si sarebbe detto una volta – è più marcato, ovvero a livello economico. Abbiamo assistito ad un salto di qualità nell’aggressività politica con cui si impongono questi interessi particolari da parte di quelli che chiamiamo rozzamente poteri forti. Prima della crisi, tale prassi veniva giustificata teoricamente all’interno di una visione neoliberale: maggior efficacia della competizione di mercato, la necessità della flessibilità come strumento di competitività e di crescita, la necessità di controllare l’inflazione e tenere sotto controllo il debito pubblico per godere dei vantaggi della crescita dei mercati finanziari, ecc.. 
Dopo l’avvento della crisi, causata dalle stesse logiche neoliberali l’approccio è cambiato: si utilizzano esplicitamente forza e corruzione. Dal regine economico al regime politico. Tutto si compra (dai sindacati ai partiti).  Chi pretende di far conoscere le proprie esigenze e fa domanda politica, o ha qualcosa da dare oppure semplicemente non esiste. Per i migranti e il precariato in generale, così come per gli studenti, non c’è mediazione politica. Per costoro rimane solo lo strumento  del gesto estremo (le torri dei migranti) oppure (se si ha la forza) dell’assalto e del conflitto (anche violento). Il primo non fa paura, non morde.  Il secondo crea qualche scompenso e viene demonizzato con ogni mezzo possibile. E allora si utilizza il classico metodo della carota (si apre un interlocuzione formale con una sponda istituzionale che però non ha alcun potere deliberativo-legislativo  – ad esempio il Presidente della Repubblica, come era già successo per i licenziati di Melfi) e del bastone (ovvero la sospensione dei diritti democratici, come è di fatto avvenuto con gli accordi separati di Mirafiori e Pomigliano o con l’idea dell’allargamento del Daspo ai manifestanti).

2. In secondo luogo, si sancisce in modo definitivo la frattura all’interno del sindacato confederale: da un lato, Cisl e Uil oramai sono del tutto subalterni ad una logica concertativa del tutto prona alle compatibilità aziendali, sino al punto di dichiarare che il compito del sindacato e siglare accordi, indipendentemente dal contenuto; dall’altro la Fiom si trova solitaria a tenere duro su principi inalienabili connaturati alla propria esistenza, ma rischia grosso: l’estromissione al tavolo delle relazioni sociali avrebbe ripercussioni enormi. La Cgil tira un colpo al cerchio e uno alla botte, bussa ad ogni porta, alza il volume mediatico, ma la verità è che il sentiero è segnato.
Se non avrà il coraggio ora di dare un segno di discontinuità – magari uno sciopero generale, vero – il sindacato più grande d’Italia perderà anima e consenso.
Pomigliano e Mirafiori ci dicono che è quindi necessario ripensare oggi la forma sindacato e le modalità di rappresentanza del lavoro, in un contesto di estrema frammentazione sociale, ora che vengono completamene chiusi gli spazi di democrazia sindacale.

3. L’accordo di Mirafiori – come quello di Pomigliano – modifica strutturalmente il sistema delle relazioni industriali, già sottoposto a profonda revisione negli ultimi anni, sancendo di fatto che gli accordi sindacali non sono più l’esito di una mediazione tra gli interessi delle parti, ma derivano dall’imposizione di una sola delle due parti. Se a Pomigliano non c’è stata trattativa ma un diktat del tipo prendere o lasciare, a Mirafiori si nega la visibilità e l’agibilità polittico-sindacale di una parte del sindacato, quella non abbastanza concertativa. (Anche se oggi parlare di concertazione è difficile).
E’ il preludio di un nuovo modello di governance delle relazioni industriali che riprende e allarga ciò che già avviene a livello istituzionale. Regime politico e regime economico rappresentano due facce della stessa medaglia.

4) Infine tutto questo ci porta a ciò che sanprecario.org ripete come un mantra da alcuni anni: la condizione di precarietà è generalizzata; non riguarda solo chi è contrattualmente precario con un rapporto di lavoro atipico: riguarda anche chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Perché chiunque sa che basta un niente, una delocalizzazione, una ristrutturazione, una dichiarazione di stato di crisi (più o meno presunto), perché da un giorno all’altro un lavoro stabile si trasformi in lavoro precario. Tuttavia, questi accordi aggiungono qualcosa di nuovo: la precarietà che viene introdotta non riguarda l’intermittenza di lavoro o il rischio di chiusura, ma piuttosto le condizioni di lavoro e di salario: aumento dei turni, spostamento della pausa mensa a fine turno, obbligo di straordinario, non pagamento delle malattie, ecc.

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