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Oltre il 15 ottobre: per riprendere il cammino

 In un panorama stantio come quello italiano non stupisce che il manifestarsi, a volte confuso, di nuove istanze e di nuovi attori sociali generi il panico nelle organizzazioni tradizionali e la confusione nei movimenti legati a forme tradizionali di conflitto. Non a caso questa data nasce fuori dall’Italia, dalle acampadas spagnole figlie della crisi mondiale che sta mostrando tutta la fragilità del vecchio continente e l’inconsistenza dei singoli governi. “que se vayan todos!” gridano da Madrid a New York.

A qualche giorno di distanza dall’emotività causata da quello che è accaduto in piazza, vorremmo cominciare un ragionamento a mente più serena. Il 15 ottobre italiano ha visto la partecipazione più alta a livello europeo, molto superiore alle aspettative di chi aveva investito per la sua riuscita. Questo è dovuto anche alla natura transnazionale che l’ha attraversata, a partire dagli incontri europei, e non solo, che l’hanno anticipata, dall’HubMeeting di Barcellona del 14-16 settembre all’incontro di Tunisi sulle lotte mediterranee di inizio ottobre.

Nonostante il provincialismo e il politicismo italici, presenti anche in molte componenti del movimento, il 15 O segna la fine di ogni velleità e apre una prospettiva quanto meno europea. A Roma tutti si sono buttati a testa bassa tentando di arraffare l’arraffabile, come ai saldi del supermercato. Alcuni cercavano visibilità, altri voti, altri ancora un momento di gloria. E tutti sono rimasti a mani vuote, perché le persone giunte nella capitale da ogni parte d’Italia non erano in vendita, non erano alla ricerca di nuovi riferimenti, né tanto meno inseguivano vecchie fascinazioni romantiche. Il 15 ottobre era roba loro, e di fronte al tentativo di sottrarglielo hanno reagito con rabbia verso tutto ciò che per loro rappresenta chi gli impedisce di fare, di essere. Espressione di questa rabbia cieca sono le auto bruciate in mezzo al corteo, espressione di questa rabbia sterile è il pietoso spettacolo delle delazioni contro i violenti, entrambe riedizioni già vecchie dell’eterna guerra tra poveri. Entrambi dati politici su cui ragionare e di cui tener conto.

Ma la manifestazione del 15 O ha anche visto la presenza di una nuova composizione sociale del lavoro, che vive nella maggioranza dei casi una condizione precaria diventata oramai generalizzata ed esistenziale, difficile da rappresentare nei termini classici della politica. Operai delle fabbriche in crisi, migranti, studenti, precari della distribuzione, dei call center e del terziario immateriale, hanno trovato l’elemento catalizzatore nelle parole d’ordine del diritto al reddito (incondizionato), dell’insolvenza (noi il debito non lo paghiamo), di un nuovo welfare (il welfare del comune), di nuovi spazi di democrazia e di cittadinanza anche per coloro che oggi ne sono esclusi (i migranti), della ribellione contro una politica rinchiusa nei palazzi del privilegio. Questo va ben oltre le contingenze della politica italiana. Questo ci dicono le generazioni precarie.

Lo spettacolo ignobile e indecoroso della delazione, della gogna mediatica, della ricerca di una “regia” dei disordini che abbiamo visto in questi giorni ci disgusta e ci spaventa. Rigettiamo anche la “strana alleanza” tra Di Pietro e Maroni nel chiedere insieme un ulteriore giro di vite liberticida sul versante della repressione. Siamo coscienti che, seppur in modo contraddittorio, un’eccedenza si è manifestata a Roma il 15 O. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di criminalizzazione. Non ci sono buoni e cattivi, ci sono solo indignati e incazzati e per questo chiediamo la liberazione dei capri espiatori caduti nelle maglie della repressione.

Chi voleva un corteo di mera testimonianza è rimasto deluso. Al contempo, l’irrappresentabilità della nuova composizione sociale del precariato metropolitano non è di per se stessa una soluzione: nella giornata del 15 O si è espressa una rabbia legittima, ma in forme contraddittorie e incontrollabili. È vero, oggi siamo in presenza di un esproprio rispetto al quale la violenza di piazza è ben poca cosa: l’esproprio della vita e dei diritti che le nuove generazioni, i precari, i migranti sperimentano ogni giorno sulla loro pelle. È da loro che bisogna partire per la costruzione di un conflitto vero, che non si limiti all’autorappresentazione in piazza e che possa sperare di essere efficace. Ma la rivolta “senza futuro” è un orizzonte troppo stretto per l’eccedenza che si è manifestata il 15 O, che un futuro lo vuole e se lo prenderà.

In negativo il 15 ottobre ci ha detto che il movimento italiano, balzato improvvisamente indietro di 10 anni, è incapace di dare una forma efficace alla rabbia che monta. Tutti si sono preoccupati di difendere la propria opzione politica predeterminata: per la propria struttura, per l’area politica, per l’estetica della rivolta, o addirittura per qualche poltroncina. In questo contesto, molti precari e migranti non hanno potuto prendere veramente parola.

Per noi è sterile tornare a fare movimento per il movimento. Crediamo che la precarietà sia la chiave di lettura del 15 ottobre e il punto di vista precario il punto su cui appoggiare la leva per continuare a lavorare nei prossimi mesi.

Vogliamo continuare a cospirare con i precari e le precarie per uscire dal ricatto che viviamo nei luoghi di lavoro. Vogliamo portare il conflitto là dove il capitale fa i profitti: sul terreno della produzione.

Vogliamo farlo con strumenti nuovi e inclusivi, che permettano ai precari di cominciare, finalmente, a essere protagonisti del cambiamento.

Vogliamo continuare a tessere nuove connessioni precarie. questa è stata per noi la scommessa degli Stati Generali della Precarietà e dei Torpedoni Precari con cui siamo scesi in tanti a Roma il 15 O. Da qui ripartiamo per dare forma allo sciopero precario, per dimostrare che siamo noi a creare la ricchezza di questo paese e che se smettessimo di farlo, tutto si fermerebbe.

Per questo vorremmo ritrovarci nelle prossime settimane con tutti quei soggetti (nella metropoli milanese e sul piano nazionale) che nell’ultimo anno hanno dato vita con noi agli Stati Generali della Precarietà e che vogliono continuare a costruire questo percorso.
Rete San Precario – Milano

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