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Precari per sempre! Lo certifica lo Stato

La ‘nuova’ causa del lavoro. Cosa e come cambia la vita dei precari. Il commento degli avvocati di San Precario. I ringraziamenti del Santo ai compagni che hanno sbagliato e continuano a farlo.

La più recente tra le riforme del diritto del lavoro decise in questi ultimi 15 anni si chiama 14441 quater bis ed entrerà in vigore a mesi. Nonostante le modifiche chieste da Napoletano, la legge ha l’appoggio del Parlamento. Dietro alla fredda definizione burocratica si cela l’ultimo atto di un processo, a cui hanno partecipato tutti i partiti e le elites dirigenziali italiane, iniziato 15 anni fa con la Legge Treu.

Aiutare le imprese che precarizzano
Spacciato da Governo e maggioranza dei media come un insieme di norme utili a ‘snellire’ la burocrazia velocizzando i tempi dei processi, ha invece l’evidente scopo di diminuire i costi per le imprese che operano nell’illegalità. Le nuove norme che regoleranno rapporti e cause di lavoro (anche quelle in giudizio) possono essere divise in tre gruppi. Il primo prevede che un organo pubblico ‘certifichi’ la validità dei contratti e possa inserire una clausola per spostare la competenza delle cause. A giudicare non sarà più la magistratura di stato ma un collegio arbitrale costituito da aziende e sindacati.

Spiccioli al posto di diritti
Si potrà contestare un licenziamento solo entro 60 giorni dalla comunicazione. Il termine sale a 180 giorni nel caso si voglia coinvolgere un’azienda diversa rispetto a quella per cui lavora (ad esempio nel caso di esternalizzazione di attività). Tempi ristretti che hanno come primo effetto risarcimenti ridotti rispetto ad oggi. Nel caso in cui il collegio arbitrale accertati l’illegalità di un contratto, invece della riassunzione a tempo indeterminato il lavoratore potrà ottenere al massimo un risarcimento. La cifra varia da 2,5 a 5 o 12 mensilità.

Argini azzerati
Gli avvocati di San Precario, impegnati da anni nel riconoscimento dei diritti negati a centinaia di precari, danno un giudizio negativo della cosiddetta ‘riforma’ del processo di lavoro. Anzi si spingono oltre. Denunciano, loro che hanno avviato decine di cause ‘pilota’ e che sono definiti dagli stessi colleghi come dei kamikaze, la doppiezza del provvedimento. Risarcimenti monetari al posto dei diritti, certificazione pubblica invece di libertà. Le residue resistenze al dilagare della precarietà, dicono, vengono abbattute e i diritti di migliaia lavoratori, azzerati. La precarietà dopo essere stata accettata di fatto, culturalmente e socialmente, diventa legge.

Precari per certificato
La Legge italiana prevede che il lavoratore sia la ‘parte debole’ nel contratto di lavoro; per questo prescrive l’intervento del giudice in caso di controversie. La ‘certificazione’ serve a eliminare le cause di lavoro perché, dicono i suoi fautori politici (PDL, Lega e parte del PD) e sindacali (Cisl, Uil e parte della Cgil) davanti a un organo pubblico la volontà del lavoratore è libera da condizionamenti. Come se il ricatto subito dai precari, la minaccia di non rinnovo, non fosse più possibile. Nel caso in cui il lavoratore si rifiutasse di firmare la certificazione, non verrebbe mai assunto. Nemmeno per brevi periodi.

Ricattati per legge
Si certifica come libera una volontà imposta e si impedisce al lavoratore di far valere i suoi diritti davanti a un Tribunale della Repubblica, come previsto dall’articolo 24 della Costituzione. La volontà è quella di sottrarre alla magistratura ogni potere di controllo giurisdizionale sull’operato dell’impresa, privando i lavoratori anche della tutela processuale. Di più, basterà che il datore di lavoro lasci sperare un rinnovo di contratto al precario, dopo i 60 giorni previsti, per eliminare qualsiasi possibilità di ricorso al collegio arbitrale. Si passa da una situazione in cui il precario poteva comunque lavorare, riservandosi di far causa alla fine dell’ultimo contratto, ad una in cui ogni successivo contratto comporta l’annullamento ai diritti correlati a tutti quelli precedenti. Nella speranza di vederli rinnovati quanto più in là del tempo possibile.

Mai più reintegrati
La riforma fissa inoltre il termine massimo del risarcimento economico. In alcuni casi la pena massima per l’azienda, 12 mesi di retribuzione, viene abbassata a 5. Il lavoratore non potrà mai più ottenere il reintegro a tempo indeterminato. La libertà dell’imprenditore diventa la massima conosciuta in Italia dall’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori (1970) ad oggi: l’apposizione di un termine al contratto da sanzionabile diventa auspicabile. Viene annullato il dovere di reintegro del lavoratore e il costo, anche psicologico, di questo rischio d’impresa: i lavoratori non potranno mai più vedere un collega licenziato tornare tra loro con un contratto a tempo indeterminato, il risarcimento dovuto e una sentenza a garanzia dei suoi diritti. E’ un esempio negativo, e la nuova legge lo elimina. Dove sono finiti i milioni di italiani in piazza per l’articolo 18? I casi sono due: o gli strateghi del marketing politico hanno scoperto che non conviene più difendere i dipendenti con contratti a tempo indeterminato, che sono sempre di meno e diventeranno minoranza nei prossimi 5 anni. Oppure significa che siamo immersi in qualcosa di pericoloso. Un profondo sonno collettivo da cui sarà doloroso risvegliarsi.

Chiusura del cerchio
L’ennesima riforma del lavoro chiude un cerchio che si è iniziato a disegnare 15 anni fa. Allora con la legge Treu si è consentito alle aziende di sfruttare manodopera assunta da soggetti terzi, eliminando quel rischio d’impresa che un qualsiasi rapporto di lavoro dovrebbe comprendere. Attraverso quella riforma si è potuti arrivare al secondo passo del diabolico percorso ovvero la Legge 30 del 2003, con cui le eccezioni di un tempo diventavano la regola: i contratti precari sono diventati più frequenti di quelli che un tempo si definivano ‘tipici’. L’azienda può disciplinare rapporti di lavoro subordinato con contratti che nulla hanno a che vedere con questa tipologia. Oggi si elimina l’unico ammortizzatore sociale che il lavoratore si vede costretto ad inseguire con una causa di lavoro: il contratto a tempo indeterminato.

Ringraziamenti a sindacati, partiti, economisti e governi ‘amici’
San Precario ringrazia chi ha permesso, senza muovere un dito, che tutto ciò accadesse. Chi ha fatto finta di opporsi, nascondendosi nella vuota propaganda e nella cattiva informazione. Ringrazia anche chi ha voluto, firmato e promosso le tre leggi che infliggono i più duri patimenti a migliaia di precari. Il Santo dei sofferenti di instabilità di reddito e di vita, mette in guardia chi vorrebbe far ricadere solo su una parte politica, responsabilità di tutti, precari in primis. Ci ricorda che ‘è più colpevole chi vede un delitto senza far nulla per impedirlo, piuttosto che chi lo commette’.

Compagni che sbagliano.
Giugno 1997. A un anno dalla vittoria del primo governo Prodi il Senato si appresta a votare quella che passerà alla storia come la ‘Legge Treu’. Ricordi sbiaditi. Vi ricordate il primo governo di sinistra? C’era ancora d’Alema raggiante e la rimpianta Unione, cantata a piazza San Giovanni da De Gregori e definita coraggiosa da Tito Boeri. La legge passa nel silenzio del tepore estivo, curiosamente sottostimata da Unità, Manifesto e Tg3, solitamente solerti ad amplificare problemi ben più piccoli nel mondo del lavoro. In mezzo agli interventi dei senatori ‘a sostegno dell’occupazione’, una definizione che da sola dovrebbe farci riflettere, passa la 196/1997. I ministri che la sottoscrivono sono Carlo Azeglio Ciampi, Rosy Bindi, Walter Veltroni, Luigi Berlinguer e Franco Bassanini. La vota la commissione del Senato, che comprende Carlo Smuraglia, presidente Anpi di Milano, ex partigiano e esperto di diritto del lavoro, (DS) Favorevole, Tiziano Treu (Margherita) Favorevole, il ‘compagno’ Giovanni Russo Spena (Rifondazione ex Democrazia Proletaria) Favorevole, Antonio Duva (DS) Favorevole, il ‘compagno’ Luciano Manzi (Rifondazione) Favorevole, il ‘compagno’ Gavino Angius (DS) Favorevole, ‘il compagno sociologo’ Luigi Manconi (Verdi) Favorevole, e ‘i compagni riformisti’ Pellella Enrico, Battafarano Giovanni, Vito Grosso, Ornella Piloni, Natale Ripamonti. Intervengono a suo sostegno il ‘compagno emerito’ ex segretario generale della Cgil Antonio Pizzinato dalla rossa Sesto San Giovanni ed Elena Montecchi. Come dice il proverbio? Amici, amici. Amici un cazzo.
Stefano Mansi, Stefo.

P.s. Dopo la scrittura del seguente articolo Pizzinato e Smuraglia due dei sopra citati “compagni chesbagliano” si sono distinti per le loro dichiarazioni contro chi contestava i politici che hanno concesso finanziamenti e patrocini a iniziative apertamente neofasciste a Milano prima e dopo il 25 aprile.

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