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Disposti a tutto… pur di trattare col governo.

Siamo onesti: la campagna della CGIL “Disposti a tutto” ha sollevato un certo stupore tra le reti dei precari della MayDay. Non certo per la campagna in se’ (sofisticata e pompatissima dai media, ma di scarso appeal), quanto per la curiosità di saper chi fosse il “mandante” di questa operazione. Tra mailing list e social network si sono rincorse tre ipotesi: una trovata del PD, un nuovo sito di recruitment (scambismo on line fra domanda e offerta di lavoro) di Repubblica (ancora?), una campagna pubblicitaria della CGIL. La terza si è dimostrata (in parte) quella giusta, ma subito è sorta un’altra domanda: ma quanti soldi hanno da buttare via questi?

Il tutto è caduto nell’oblio fino alla scorsa domenica,quando la neo-segretaria cgiellina Camusso si è lasciata andare ad una serie di dichiarazioni osè ai microfoni di Radio Popolare.
“Ci siamo interrogati se i nostri linguaggi fossero comprensibili ai giovani, sul perchè li incontriamo nelle scuole ma poi li perdiamo quando entrano nel mondo del lavoro”…
“L’italia ha tradizione di movimenti studenteschi ma non di giovani lavoratori”…
“La MayDay è un raduno annuale, non una costruzione di un effettivo movimento che abbia poi una piattaforma o una capacità di aggregare”…

Queste affermazioni ci costringono a fare un paio di riflessioni

Per correttezza dobbiamo dire che fra i precari della MayDay (e non solo) e il più grande sindacato italiano i rapporti sono sempre stati abbastanza accessi…

Un paio di anni fa, in occasione del primo maggio precario, pubblicammo su “il manifesto” un nostro inserto (City of Gods); dove riprendevamo lo slogan pubblicitario della Cgil, “Puoi contarci” (ricordate?), modificandolo per mettere il sindacato di fronte alle proprie responsabilità (tante) in tema di precarizzazione. La conseguenza fu uno di quei comportamenti classici dell’informazione (politica, ma non solo) italiana: la CGIL emise un editto bulgaro contro la MayDay, e il manifesto fu obbligato a chiedere scusa, non ai precari ma alla CGIL stessa, allontanandoci di fatto dalle prime pagine del giornale.

Questa volta però pensiamo che la campagna comunicativa (pubblicitaria, diciamolo) sia addirittura più offensiva della precedente per i precari.
Scopriamo infatti che l’intenzione è quella di lanciare un percorso di coinvolgimento della generazione precaria negli affari della CGIL (che ha già agenzie di intermediazione lavoro – precario- e pure un sindacato dei precari – la Nidil – per non parlare dei lavoratori propri – precari anch’essi. Non ci credi? Vai qua).
Due considerazioni. In primo luogo è triste vedere un sindacato che si appoggia ad un agenzia di comunicazione per dialogare con i precari. Il fatto la dice lunga: possibile che fra i 3 milioni di iscritti della Cgil non si sia trovato un gruppo volenteroso di “giovani militanti” in grado di metter in piedi una campagna di comunicazione? Magari ottenendo un risultato meno  professionale ma sicuramente migliore e più sincero?
L’aspetto tragico, per non dire offensivo, di questa campagna di marketing sta nel fatto che il sindacato si rivolga a noi precari sbagliando completamente la mira. Ci viene detto in pratica che la precarizzazione è in fondo colpa nostra, della nostra remissività, dell’essere sempre stati disposti a tutto…
Veniamo informati, insomma, che per uscire dalla precarietà bastava volerlo!
Non solo, la campagna prosegue alludendo alla creazione di gruppi locali e proponendo una prima piattaforma di risposte che a noi toccherebbe appoggiare. Oh bella,veniamo trattati come dei consumatori che, “volendo”, possono cambiar prodotto. A questo punto tanto varrebbe affidarsi alla Nike; in fondo dice la stessa cosa in modo più figo: “just do it”, basta farlo.
Cazzo! e noi che non ci avevamo mai pensato…
Naturalmente, l’idea della campagna si esaurisce qui e si guarda bene dal suggerire “come” farlo… lascia l’argomento ad un piano fumoso di gruppi locali, propostine vaghe, tutto impacchettato nell’obbligatorio “linguaggio ggiovane”.
In due parole: la solita fuffa.

Siccome abbiamo a cuore le sorti dei fratelli e delle sorelle che si affannano, come noi, contro le sfighe della precarizzazione, ci piace riportare un approccio diverso, quello che ha contraddistinto San Precario e la MayDay negli ultimi 10 anni.
Noi precari contribuiamo alla ricchezza del “paese”, e quindi abbiamo tutti i titoli per rivendicare reddito (qui)[/intlink], [intlink id=”23364″ type=”post”](quo)[/intlink] e [intlink id=”25014″ type=”post”](qua)[/intlink] e nuovi diritti. E lo facciamo – eccome! – senza affidarci alla falsa benevolenza di sindacati o partiti, ma organizzandoci, e confliggendo senza aspettare i saldi (o i soldi?) di fine stagione, quelli annunciati da costose inserzioni pubblicitarie. [intlink id=”31712″ type=”post”](vedi)[/intlink], [intlink id=”31697″ type=”post”](anvedi)[/intlink],[intlink id=”31709″ type=”post”](stravedi)
Fortunatamente, dalla parte della MayDay non dobbiamo inventarci alcunché per aizzare la partecipazione e l’attivazione dei precari; anche noi usiamo campagne di comunicazione e di informazione virale (San Precario, Serpica Naro, welfare for life) ma queste sono fatte da noi, dai precari per i precari. Quelli che scendono in piazza in centinaia di migliaia ogni primo maggio, che spingono il conflitto tramite i Punti San Precario, che hanno partecipato entusiasti agli Stati Generali.

Se la CGIL lo volesse sarebbe sufficiente riprendere in mano le redini del conflitto, magari spingendo un bello sciopero generale vero, di quelli che fanno male alle aziende, uno sciopero che la confederazione generale del lavoro non ha intenzione di fare e che negli ultimi anni non ha fatto se non per questioni legate alle tasse. Come dire, “compagna” Camusso, basta volerlo!
La ricetta cgiellina invece si limita a questa, la ripetiamo perchè sia chiara: una spruzzatina di linguaggio giovane (copiato proprio qua e là), uno spicchio di gruppo locale (che fa un po’ Popolo Viola e un po’ Movimento Cinque Stelle, senza avere però la partecipazione dal basso ne’ dell’uno ne’ dell’altro), due cucchiaiate di rivendicazioni ricolorate (ma che nell’insieme ha il curioso pregio di dare un idea d’insieme fra l’ovvio, la restaurazione e l’impossibile) ed una buona dose di superproposta: appoggiateci per andare a trattare col governo. Con chi discutere e per cosa, questo non è indicato nel menù.

Ma le sorprese non finiscono qui, dopo aver affermato che la MayDay è un raduno estemporaneo (tra parentesi: noi che dovremmo dire del corteo mattiniero frequentato da  qualche centinaio di lavoratori confederati, che è una rimpatriata?), la Camusso ha dimostrato di non conoscere ciò che avviene nel territorio metropolitano milanese il resto dell’anno. La signora, stando a Roma, può anche essere giustificata (scherziamo, neh?!), ma di certo non lo è l’intervistatore, che si dimentica di dire come in un mese, agli Stati Generali della Precarietà (voilà)[/intlink] prima, al confronto con i candidati sindaco [intlink id=”31979″ type=”post”](click) poi, intorno a San Precario si siano radunate centinaia di persone  per costruire una piattaforma rivendicativa vera e vissuta.

San Precario, quindi, è nato per ridestare la rabbia e il protagonismo precario perché i diritti si conquistano col conflitto, non con i tavoli ministeriali o le campagne di marketing. Quel protagonismo precario che oggi, finalmente, anche il sindacato dice di voler ridestare; bene, ma ciò che ci domandiamo è: per farne cosa?
Perché la Cgil non sta assumendo nessun impegno serio contro la precarietà, e anche quando ne parla (con lingua biforcuta come in questo nuovo progetto) nessuno deve dimenticare che nei comizi o nelle interviste i temi principali sono sempre gli stessi: sviluppo, investimenti, produttività, flessibilità, politica industriale..
Se qualcuno parla come un’impresa, ragiona come un’impresa e usa le parole dell’impresa. Be’, non fatevi ingannare: si tratta di un’impresa.

Mmm… ci viene il sospetto che la CGIL leggendo questa mail ci sbatterà fuori anche dall’emittente radiofonica lombarda.

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