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Dicono di noi #1. Il moderno culto di San Precario

Qulache giorno fa, leggendo la recensione (questa) di un libro sulla precarietà, “La generazione tradita”, scopriamo che il Giannini vice direttore di Repubblica ha un’idea tutta sua di San Precario.  Dice lui:” è il disperato «culto» moderno di San Precario: esige che un lavoro qualsiasi, malpagato e senza uno straccio di garanzia, sia comunque meglio di nessun lavoro”. Dal contesto si evince che il Nostro non ne sa niente del vero culto del patrono dei precari che esige tutt’altro che rassegnazione. Per questo gli abbiamo mandato una letterina, che trovate sotto,  giusto per mettere i puntini sulle “i”.

Potremmo fermarci qua però due cosette, visto che siamo in ballo, possiamo anche aggiungerle. Il signor Giannini parla di una generazione persa, senza rappresentanza, bistrattata dai partiti e dai sindacati quindi, in sintesi, senza anima e senza futuro. Fino a qualche tempo fa, questo poteva pur essere vero. Adesso la questione è cambiata (anche grazie a San Precario). A forza di sentirsi definire bamboccioni i precari e le precarie si sono creati alcuni riferimenti liberi e condivisi, si sono dati delle prospettive e hanno abbozzato delle strutture di autotutela, in modo non troppo differente a ciò che accedde 150 anni fa nel mondo operaio.

Questi risultati che  sono stati ottenuti senza visibilità mediatica e senza alcuna risorsa hanno una certa rilevanza se si pensa che ad esempio la signora Camusso neosegretaria cgiellina intervistata da un importante emittente radiofonica nordica è costretta a confrontarsi con questi percorsi. La MayDay è diventata La Manifestazione del primo maggio (italiano, ed europeo se si pensa alle altre 20 città che nel continente si associano al corteo meneghino), e in molti luoghi di lavoro  le vertenze dei precari – patrocinate da un San Precario ben più efficace di Padre Pio – si dimostra concreto e (molte volte) vincente: negli areoporti, nelle coop sociali, al comune di Milano, nella telefonia, nella moda, nella logistica ecc ecc

Quindi la scorretta contestualizzazione nell’uso del nostro santo – San Precario – assume un’altro aspetto, altrettanto rilevante: La Repubblica parla di generazione tradita, compatendola un pò,  senza rendersi conto che fra le tante pugnalate alle spalle che questa generazione ha ricevuto vi è anche quella dell’autorevole quotidiano. Non ci credete? Un piccolo esempio. La recensione ci descrive il circuito perverso attraverso il quale i sindacati addottano politiche al limite del corporativismo, intenti a salvaguardare i garantiti e pensionati, capaci con le loro tessere di garantire stabilità economica (anche i sindacati piangono al pensiero di diventar precari) Questo commento viene pubblicato  lo stesso giorno in cui il quotidiano di Scalfari  enfatizza, concedendo molta visibilità, la campagna contro la precarietà ” giovani disposti a tutto” avallandone implicitiamente il suo carattere vero e genuino.  Dopo qualche giorno si scopre che la campagna non è altro che un’inserzione pubblicitaria della cgil.

Avete capito il gioco delle parti? In tutto questo sia Repubblica che Cgil ci guadagnao per  bene, la prima rifacendosi  una plastica morale, la seconda autopagandosi le indulgenze. Insime riescono a sintetizzare con una buona approssimazione una nuova scienza del Male: la chirurgia estetica della morale.

Se Iddio esistesse per costoro sarebbero dei gran problemi, a tempo indeterminato; ma Dio non esiste. Questo non deve tranquillizzare LorSignori, visto che vi è una forte possibilità che San Precario sia vero ed incazzato.


Eccovi la lettera di risposta a La Repubblica

Leggere sull’autorevole Repubblica di ieri un commento sul lavoro precario del seguente tono: “E’ il disperato «culto» moderno di San Precario: esige che un lavoro  qualsiasi, malpagato e senza uno straccio di garanzia, sia comunque meglio di nessun lavoro” ci fa venire le coliche renali. E dire che a firmare il pezzo non è stato uno dei tanti flessibili che affollano le redazioni di quotidiani e riviste, ma il Direttore Massimo Giannini.
Forse per questo nessuno gli ha corretto l’articolo.
Lo facciamo noi che del Santo siamo i creatori/devoti/apostoli.
Guardare il sito di san Precario (www.precaria.org) prima di citarlo a sproposito è chiedere troppo?
Forse sì, perchè il culto di San Precario è tutto fuorchè disperato. E’ gioioso quando vince le cause (iniziano a essere tante), operoso quando organizza presidi, volantinaggi azioni dirette a tutela dei precari. Anche disorganizzato e povero di risorse, quando i suoi devoti si affannano a ’rubare’ spezzoni di tempo al lavoro come stiamo facendo ora. Ma determinato, diffuso, e dalle grandi potenzialità future.
Se Giannini avesse letto solo una delle nostre azioni avrebbe visto che la rassegnazione a un lavoro qualsiasi, malpagato, senza uno straccio di garanzia non è il credo di San Precario.
Il baratro in cui ci troviamo, e ieri è diventato legge il Collegato Lavoro che ci impedisce persino di fare causa, ha precisi responsabili in tutti gli schieramenti politici.
Ma i maggiori peccatori siamo noi stessi, noi precari. Incapaci di rispondere a tono agli schiaffoni che ci sono arrivati da destra e da sinistra. Noi che non abbiamo saputo difendere l’eredità di diritti lasciateci in dote dai nostri padri. Che abbiamo subito la Legge Treu, e la Biagi, fidandoci come stupidi di sindacati e partiti che a parole si definiscono ‘di sinistra’. Lasciate fare a noi, ci dicevano…Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il Santo, non altri, ci ha indicato la strada della salvezza: subvertising, gruppi di studio, controinformazione, cause, volantinaggi, blocchi della produzione, svilimento dell’immagine delle aziende precarizzatrici.
Non disperazione ma azione. Non rassegnarsi ma agire. Non delegare ma fare da noi. Anche contro articoli come il vostro, purtroppo numerosi, che scambiano il Santo per un fallito, i suoi devoti per dei perdenti.

Che San Precario vi perdoni! (Anche no, aggiungerei)

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