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Mi presento: redattore precario

In vista dell’iniziativa "Universi precari", che si terrà domani, 3
marzo, alle ore 16.30 all’Università Statale di Milano, pubblichiamo la
prima di una serie di interviste fatte ad alcuni redattori precari che
lavorano nell’editoria milanese e che si sono organizzati in una rete
(rerepre.org). City of gods ve le proporrà a puntate regolari. Un
assaggio dei variegati problemi (speranze, orrori e miserie) a cui è
sottoposto il lavoro cognitivo contemporaneo.

Descrivi
il tuo lavoro a qualcuno che non lo conosce

I
miei attrezzi del mestiere sono: carta, penne, colori, matite, gomme
da cancellare, temperini e pc. Lavoro là dove nasce un
libro…quando non è già più idea, ma non è ancora prodotto.
Leggo i manoscritti che arrivano, gioco con le parole, rielaboro
testi altrui (sui quali non vorrei mai ci fosse il mio nome). Scrivo
testi per le copertine, per invogliare i lettori a comprare proprio
il libro su cui ho lavorato… Non sempre leggerei comunque i libri
su cui lavoro, anzi a ben pensarci quasi mai.
Mi
occupo di un libro dal momento in cui arriva nella mia casella di
posta elettronica, sotto forma di file; o mi giunge manoscritto. Lo
seguo in tutte le sue fasi: lo leggo, lo limo; lavorando in
saggistica, devo controllare che tutte le informazioni contenute
siano corrette.
Inoltre
il redattore deve essere anche un po’ psicologo: dobbiamo supportare,
a mo’ di telefono amico, gli autori impanicati che ci chiamano, senza
ritegno, a qualunque ora del giorno (a volte anche della notte) e in
qualunque giorno dell’anno. Per l’azienda questa si chiama: capacità
di relazione, problem solving, flessibilità, disponibilità,
dinamicità; io la chiamo: gran rottura di scatole.

Descrivi
il tuo contratto a qualcuno che non lo conosce

Il
mio contratto è un po’ bizzarro. Prevede che io adempia a tutta una
serie di doveri per un ben determinato lasso di tempo (che al momento
è di 6 mesi), ma non mi garantisce diritti. Io di fatto lavoro in
un’azienda, ma per l’azienda io sono una che "collabora".
Sono legata a questa azienda per sei mesi con un contratto a
progetto, quindi flessibile, affinché io abbia tempo per me o per
svolgere altri lavori; di fatto io non posso lavorare per altri
perché sono impegnata a tempo pieno con la mia azienda (a meno che,
ovvio, non decida di lavorare venti ore al giorno e fare due lavori,
ma a quel punto avrei seri dubbi sulla mia sanità mentale).

Non
ho diritto a ferie, per cui posso (a parole) non lavorare solo quando
l’azienda è chiusa. Di fatto, poiché il ciclo editoriale non si
interrompe mai, molto spesso vado in vacanza con bozze da leggere e
correggere.

Soprattutto
devo sviluppare una serie di super poteri che mi permettano di non
ammalarmi seriamente. Sì perché se questo dovesse accadere,
rimarrei a terra; non mi rinnoverebbero il contratto e, ancor peggio,
poiché è a progetto non avrei neanche il diritto al sussidio di
disoccupazione (a cui comunque non ho diritto se non mi rinnovano il
contratto.)

Quanto
(e cosa) hai studiato per fare ciò che fai?

 La
mia formazione è umanistica: Liceo classico, Facoltà di lettere e
filosofia: corso di laurea in Filosofia. Ma le competenze per
lavorare nella redazione di una casa editrice sono il frutto di una
vita passata sui libri, sono il frutto dell’amore per i libri, in
generale, per la narrativa in particolare. Leggo e scrivo da quando
avevo 4 anni… ne ho 31.

Quante
ore lavori al giorno? Lavori anche il we?

Troppe.
Di media otto ore al giorno, con punte, molto frequenti, di
dieci/dodici.
Quando
ho cominciato a lavorare nell’attuale redazione, mi fregavano quasi
ogni fine settimana. Adesso me ne frego io e non mi rendo più
disponibile a tempistiche da pronto soccorso senza neanche il valore
etico aggiunto di salvare vite umane.

Lo
"fai" in casa o in ufficio? Più "normale" in
casa o in ufficio?

Dipende
dai casi; ma è più normale in ufficio.

Quanto
guadagni in un mese?

Al
decimo rinnovo: 1,400 netti.


Ora
diamo i numeri: quanti, più o meno, sono nelle tue condizioni, nella
tua realtà? Stessa tipologia di contratto o diversa? Quante tipologie
di contratto?

Tranne
i capi, che sono naturalmente assunti, tutte le altre figure interne
alla redazione sono nelle mie condizioni. La tipologia di contratto è
la stessa, tranne che per gli stagisti. Pochissimi hanno la Partita
Iva (con committente unico).

Dove
sta il valore del tuo lavoro, per te? Dove sta il valore del tuo lavoro,
per loro?

Il
mio lavoro è abbastanza delicato. La responsabilità degli interni
del testo (e molto spesso anche dei testi di copertina), è tutta
mia. Quindi oltre a saper scrivere, devo anche formarmi
continuamente, essere sempre informata. Sono la referente per gli
autori, che quindi sanno di potersi rivolgere al redattore per
qualunque cosa: dalle disquisizioni stilistiche, al controllo delle
citazioni, alle fotocopie da fare ecc.

Prendo
per mano libro e autore e per circa tre settimane/un mese (se va
bene) li seguo e li coccolo.

Per
i miei datori di lavoro sono solo un pezzo della catena di montaggio
e neanche tra i più importanti. Sono l’ultima ruota del carro:
quando il testo arriva sulla mia scrivania, per i miei capi in realtà
il lavoro è quasi concluso: loro hanno scovato l’autore, scelto
l’argomento, deciso le royalties e i compensi; a me quindi spetta il
lavoro sporco.

Chi
compra un libro tutto questo lo sa?

Penso
proprio di no.

Ti
senti fregato? Se sì: chi ti ha fregato e perché?

Non
fregata, piuttosto dimenticata

Enuncia
un sentimento verso l’editore oppure verso i tuoi capi

Delusione.
Per loro il libro è un mero prodotto, quindi non è importante che
venga pubblicato nel migliore dei modi, ma che esca in libreria il
prima possibile. Questo, oltre a creare dei ritmi da catena di
montaggio, svilisce il nostro lavoro, ci demotiva e, soprattutto,
riduce fino a livelli imbarazzanti la qualità dei libri stessi che,
per gli editori non hanno più niente di romantico.

Esprimi
un desiderio che riguardi il tuo lavoro

Spero
che si torni a fare libri di qualità; che si ritorni a quell’idea di
editoria alla GianGiacomo Feltrinelli, che oggi persiste solo
all’interno di piccole realtà editoriali, che però sono sempre più
inghiottite dai colossi il cui fine è addormentare le coscienze. I
libri dovrebbero servire a formare e informare; dovrebbero servire a
creare un sostrato culturale, etico e morale comune.

Spero
che si torni a pubblicare solo venti titoli l’anno davvero
imperdibili e non più ottanta titoli fuffa.

Che
cosa stai provando a fare per combattere questa situazione?

Non
rimango inerme e in silenzio. Cerco di informarmi e di informare.
Esprimo sempre chiaramente e con forza le mie posizioni. Insieme ad
altre persone che gravitano all’interno delle redazioni (e che
lavorano nelle mie stesse condizioni), abbiamo dato vita a una Rete
di redattori precari (Rerepre) che ha come obiettivo proprio quello
di denunciare questa paradossale situazione di illegalità
legalizzata

Quanti
dei tuoi colleghi sono d’accordo con te?

A
parole quasi tutti

E’
difficile far coinvolgere altri colleghi? Se sì, perché?


molto. Perché non hanno una forza contrattuale e hanno paura e
perché è su questo che fanno leva i datori di lavoro.

Perché
essere coinvolti vuol dire impegnarsi e per impegnarsi bisogna
dedicare tempo ed energie, e molto spesso passare dalle parole alle
azioni è complicato.

Perché
credono che questo sia l’unico modo possibile di lavorare oggi; anzi
in un contesto come il nostro in cui trovare lavoro è sempre più
difficile, addirittura si sentono privilegiati.

La
soluzione si potrebbe trovare se…

ci
fosse una maggiore consapevolezza e partecipazione da parte di tutti:

dei
colleghi che lavorano con contratti simili al mio;

dei
colleghi assunti che al momento sono troppo occupati a coltivare il
proprio orticello per rendersi conto che lavorare in questo modo è
controproducente anche per loro;

dei
datori di lavoro che sono poco lungimiranti perché impiegano del
tempo a formare delle persone che poi lasciano andare;

dei
sindacati, imprigionati in un’epoca che non esiste più…tra pochi
anni finiranno per rappresentare solo il 2% della popolazione e non
sembrano rendersene conto;

dei
nostri politici, che continuano a tutelare gli imprenditori senza
rendersi conto che sono i lavoratori a muovere l’economia… stanno
crescendo generazioni di gente demoralizzata, non in grado di
assumersi qualunque tipo di responsabilità; stanno impoverendo il
Paese, e gli effetti non stanno tardando ad arrivare.

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