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Ultima puntata: le correzioni



Siamo giunti all’ultimo racconto tra quelli
fino a qui raccolti tra i redattori precari milanesi. Nel lavoro editoriale il
passaggio finale è quello della correzione di bozze, così anche noi concludiamo
con la “revisora redazionale”. E’ lei che scova i refusi e le incongruenze di un
testo prima della stampa. Un lavoro delicato, che richiederebbe attenzione e tempo, ma
il tempo che le viene concesso dai committenti è sempre poco. Ci vanno di mezzo
i fine settimana, spesso le feste. Contratto a progetto, ma anche occasionale,
lei si definisce “una lavoratrice a chiamata”.

Tutte le altre puntate delle storie dei redattori della rete
rerepre.org sono pubblicate su City. Vi salutiamo e vi ricordiamo l’appuntamento
"Universi precari", martedì 21 aprile, a Milano, in Statale, ore 18.00.




Descrivi il tuo lavoro a qualcuno che non lo conosce

Sono una correttrice di bozze, redattrice, revisore
(revisora) redazionale. Sono a volte il penultimo, altre volte l’ultimo paio di
occhi che legge un libro prima che vada in stampa, alla ricerca di refusi,
incongruenze, sviste. Sono la persona che si occupa di verificare, in caso di
testi illustrati o scolastici, che le immagini siano messe al posto giusto, le
didascalie siano coerenti, gli elementi grafici siano uniformi, cercando di
fare in modo che nulla salti e che tutto fili. Nei casi peggiori, non sono solo
l’ultimo paio di occhi che legge il testo prima della stampa, ma l’unico, a
parte l’autore o il traduttore, naturalmente. Da qualche anno a volte mi trovo
anche dall’altra parte, io stessa letta da colleghi correttori di bozze e
revisori, dato che saltuariamente traduco.

 

In quante / Per quante case editrici o studi editoriali lavori
al momento?

Attualmente lavoro per una casa editrice e collaboro con uno
studio editoriale. In passato ci sono stati periodi in cui ho lavorato
contemporaneamente per una casa editrice e tre studi editoriali. Il lavoro
editoriale, così come è strutturato oggi, lo consente. Nel mio caso talvolta lo
impone.


Quanti contratti hai in questo momento? Quanti in un anno, in base alle tue
esperienze passate? E in genere che durata hanno?

Ho un contratto a progetto, rinnovato annualmente, da sei
anni, e con la stessa casa editrice. Ogni anno un contratto, senza soluzione di
continuità. Mi posso definire una lavoratrice a chiamata, dal momento che vengo
contattata quando c’è bisogno, in genere con una discreta continuità, ma molto
dipende dal periodo. Come collaboratrice occasionale dello studio editoriale,
invece, alla consegna del lavoro emetto una notula con ritenuta d’acconto del
20%, tanto la durata del lavoro e i compensi non superano mai i limiti annui
previsti dalla legge. In quel caso si imporrebbe un altro contratto a progetto,
ma a quel limite non ci sono ancora arrivata. Dimenticavo: qualche volta, come
traduttrice, ho lavorato con contratto di cessione diritti, e inoltre mi è
stato chiesto tante ma tante volte di aprire la partita Iva. Ma sono sempre riuscita,
finora, a declinare quest’ultimo caloroso invito, consapevole del danno
economico (e non solo) a cui andrei incontro, in una già non rosea situazione
lavorativa.


Descrivi il tuo contratto/i a qualcuno che non lo conosce

Il contratto a progetto (o contratto di collaborazione per
programma), il famoso co.co.pro, è un tipo di contratto che prevede per il
lavoratore autonomia di tempi e impiego di mezzi propri, nel rispetto di quanto
definito nel progetto, senza vincoli di subordinazione ma solo di collaborazione
con il committente. Un progetto ci deve pur sempre essere, però, e suona strano
che in una casa editrice il progetto possa essere prorogato nel tempo, sempre
identico a se stesso, in modo “indeterminato”. Però è così. Io, poi, sono tra i
fortunati che non devono lavorare in azienda, secondo modalità e tempi dettati
dalla stessa, come accade a tanti colleghi.

Per quanto riguarda le collaborazioni occasionali, non
esiste contratto. Se si è fortunati vi può essere una lettera di incarico, che
stabilisce quanto meno l’entità del compenso e quando verrà corrisposta da
parte di chi commissiona il lavoro. Ma nel settore editoriale in caso simile si
configura quasi come utopia fantascientifica. In genere si lavora sulla parola,
sia per quanto riguarda le tariffe che i tempi (di pagamento). Sì, perché i
tempi di consegna, pur non essendo scritti, vanno sempre rispettati, pena il
non ricevere nemmeno quanto è stato pattuito a voce o l’attualmente temutissima
“perdita del contatto”. Il vecchio “pochi, maledetti e subito” con certi studi
editoriali non vale più; a volte si ragiona sul “pochi, maledetti e… quando?”.


Quanto (e cosa) hai studiato per fare ciò che fai?
Per fare ciò che faccio con un minimo di competenza, consapevole che la
competenza aumenta soprattutto lavorando sul campo, dopo la laurea ho
frequentato due corsi di editoria, di 400 ore totali, con tanto di esame finale
e attestato. Sono laureata alla facoltà di lettere e filosofia, e anche se non
sempre viene esplicitamente richiesto, una laurea in materie umanistiche, o
scientifiche (quando si tratta di case editrici specializzate e di settore), è
sempre richiesta, o comunque apprezzata. D’altra parte per essere pronti a
tutto quel che ci può capitare di dover leggere, correggere e controllare, una
solida preparazione di base non guasta mai. E lo sanno bene anche coloro che ci
affidano il lavoro.


Quante ore lavori al giorno? E mediamente alla settimana? Lavori anche il weekend?
Lavori durante le festività (Natale, Pasqua ecc.)?
Dipende dalla mole di lavoro. Purtroppo non lo so a priori, e questo rende
difficile per me organizzare con un discreto margine i miei impegni
extralavorativi. Posso lavorare dalle cinque/sei alle dieci ore al giorno;
credo di poter dire che, a conti fatti, lavoro poco meno di un lavoratore
dipendente full time. Solo che le mie ore lavorative sono distribuite
ma-lis-si-mo. Certo, a volte mi va bene poter stabilire quante ore lavorare e
quando, nel corso della giornata, dimenticando che i tanto vincolati lavoratori
a tempo indeterminato usufruiscono – giustamente – di permessi retribuiti e
ferie.

Inoltre, spesso sono costretta a lavorare nei fine settimana
e, anche se ora tendo a evitarlo, mi è capitato anche di lavorare durante le
feste, magari non a Natale, ma a Santo Stefano o l’Epifania di sicuro. E mi
rifiuto di credere che chi mi affida il lavoro non lo sappia, anche se non me
lo impone esplicitamente: perché quando ti viene appioppata la revisione di 600
pagine il 22 dicembre per il 29 dicembre, è ovvio che almeno qualche giorno di
festa ci scappi. Ripeto, non voglio credere che chi fa, ha fatto, o comunque sa
come funziona il lavoro che svolgo non immagini quante ore ci vogliono per
svolgerlo degnamente.


Lo "fai" in casa o in ufficio? Più "normale" in casa o
in ufficio?
Sempre rigorosamente da casa, come mezzi miei: postazione, connessione
Internet, eventuale materiale di consultazione. Vado in casa editrice/studio
solo per prendere e riconsegnare il lavoro, in pratica per ritirare e riportare
quintali di bozze. L’invio di pony express, che talvolta avviene, è diventato
sempre più simile al contratto a tempo indeterminato: un’utopia. Poi adesso che
c’è la crisi… il pony non solo non si può richiedere, ma nemmeno nominare.


Quanto guadagni in un mese?
Purtroppo è impossibile per me saperlo a priori, perché dipende dalla
quantità di lavoro che mi viene affidata (tre mesi prima, in realtà: sono
pagata a 90 giorni, o comunque all’uscita dell’opera, che corrisponde in genere
ai 90 giorni). Vengo pagata a cartella. Due sono le informazioni che posso
fornire per rispondere a questa domanda: il compenso per una
revisione/correzione di bozze, che nella mia esperienza va dagli 80 centesimi
ai 1,5 euro lordi a cartella, ossia per 2000 battute (più o meno una pagina), e
inoltre posso dire quanto negli anni passati ho percepito in media al mese:
circa 900/1000 euro lordi al mese, ossia 750/800 euro netti, sommando le varie
collaborazioni.

 

Ora diamo i numeri: quanti, più o meno, sono nelle tue
condizioni, nella tua realtà? Stessa tipologia di contratto o diversa?
Quante tipologie di contratto?

Purtroppo a questa
domanda non riesco a rispondere, nemmeno basandomi su stime e ipotesi. Non
conosco gli altri collaboratori esterni (perché io, pur avendo un contratto a
progetto, sono di fatto un collaboratore esterno). Posso solo dire che mi sono
data una spiegazione per questo strano fenomeno: che i collaboratori siano
cinque, dieci o cinquanta, è più facile gestire le richieste, le proteste e le
“pretese” di tante individualità che non quelle di un gruppo di persone che si
conoscono e interagiscono. Quindi suppongo che continuerò a non conoscere i
miei colleghi.

 

 Ritieni di avere dei vantaggi rispetto ai colleghi che svolgono il tuo
stesso lavoro con un’altra forma contrattuale? E svantaggi? Quali?

Semmai ancora esistesse un revisore redazionale o un
correttore di bozze interno e a tempo indeterminato, prima di tutto vorrei
conoscerlo e magari toccarlo (chissà mai che porti buono!) e in ogni caso
rispetto a lui avrei solo svantaggi. Rispetto ai lavoratori interni (con
contratti regolari, non mi riferisco ai lavoratori dipendenti camuffati da
co.co.pro), il presunto possesso da parte mia della tanto decantata autonomia e
gestione dei tempi lavorativi non ha molto senso, perché non sono poi così
libera, avendo comunque scadenze inderogabili da rispettare. Unico
vincolo/svantaggio sarebbe l’obbligo di recarmi in ufficio tutti i giorni a una
determinata ora, trovandomi magari a interagire anche con persone che non mi
vanno a genio. Ma per uno stipendio degno e la possibilità di ammalarmi,
prendermi un periodo di ferie e altri diritti che dovrebbero essere
stra-acquisiti, sarei disposta anche ad affrontare questi piccoli contrattempi.

 

Dove sta il valore del tuo lavoro, per te? Dove sta il
valore del tuo lavoro, per loro?
A me il mio lavoro piace, nonostante i difetti che gli riconosco, quindi lo
svolgo con dedizione e ho sempre cercato di farlo con cura. Sono convinta che
sia un lavoro importante, e anche di responsabilità, se fatto e concepito in un
certo modo. Ho l’impressione che oggi gli editori non ne siano altrettanto
convinti, privilegiando la quantità e i tempi rapidi alla qualità.


Chi compra un libro / Chi compra o consulta un prodotto editoriale tutto
questo lo sa?
Tranne rarissime eccezioni, credo proprio di no. Il lavoro intellettuale in
genere, e quello in ambito editoriale in particolare, viene sempre considerato
più affascinante, coinvolgente e “alto” di quanto in realtà non sia, quando non
è visto come un privilegio. Non dico di non considerarlo interessante, almeno
qualche volta – altrimenti sarei folle ad apprezzarlo tanto, e forse avrei già
cercato di cambiare settore – ma vorrei che fosse considerato in primo luogo
per quello che è: una professione.


Ti senti fregato? Se sì: chi ti ha fregato e perché?

Credo che ci sia qualcosa che non funziona più, che si è
inceppato. A volte mi sento fregata, e da tutti, senza distinzioni: editori,
colleghi precari e no, lettori, mondo del lavoro in genere, politici, e anche
da me stessa, che a volte non riesco a fare abbastanza per non farmi fregare.
 
Enuncia un sentimento verso l’editore oppure verso i tuoi capi

Verso l’editore (e gli editori): tristezza. E una buona dose
di scoramento.


Esprimi un desiderio che riguardi il tuo lavoro
Mi piacerebbe che venisse riconosciuto come tale e che ci ritrovassimo
tutti, lavoratori esterni, interni, con le varie tipologie di contratti che
probabilmente continueranno a esistere nella loro varietà, a usufruire di
diritti sacrosanti e a poter svolgere con serenità il nostro lavoro, senza
ostacolarci gli uni con gli altri. Le guerre tra poveri non hanno mai portato a
niente di positivo.


Che cosa stai provando a fare per combattere questa situazione?
Ho aderito con entusiasmo a una Rete di redattori precari che, secondo me,
sta affrontando in modo corretto il problema, senza fermarsi alla lamentela ma
facendo qualcosa di concreto, in primis per aumentare la consapevolezza nei
lavoratori editoriali, ma anche nei lettori e in tutti coloro che sentono il
bisogno e la voglia di informarsi sulle varie figure professionali, le reali
condizioni lavorative e le tipologie contrattuali e di chi si occupa di questo
settore.

 

Quanti dei tuoi colleghi sono d’accordo con te?

Molti, moltissimi, se per colleghi intendiamo le molte
persone di mia conoscenza che lavorano nel settore. Per quanto riguarda i miei
colleghi veri e propri, ribadisco il punto cruciale: non conosco nessuno. Ma mi
piace chiamare colleghi tutti coloro che svolgono il mio stesso lavoro, o
mansioni simili, incontrando le mie stesse difficoltà.


E’ difficile far coinvolgere altri colleghi? Se sì, perché?

Cerco di mettermi nei panni di chi non si fa coinvolgere e
rispondo: per il loro timore di perdere un lavoro costantemente in bilico. Che,
intendiamoci, è un timore anche mio. Però chi lascia prevalere il timore forse
non pensa che potrebbe rivelarsi più difficile rimanere tutta una vita a
lavorare in bilico, con la paura di non vedersi rinnovare un contratto a
progetto o a termine, o di “perdere un contatto”, e tutto questo lamentandosi
in silenzio, piuttosto che fare qualcosa insieme per cercare di cambiare le
cose.

 

In generale, nel mondo
dell’editoria, hai l’impressione che qualcosa stia cambiando? Se sì, ti sembra
che le cose stiano peggiorando o migliorando?

Da
qualche anno a questa parte ho l’impressione che il lavoro stia aumentando, in
alcuni periodi, ma che stiano al contempo peggiorando le condizioni lavorative
ed economiche. In poche parole, mi sembra stia peggiorando.

 

La soluzione si potrebbe trovare se…

… si accresce la consapevolezza, l’informazione, e se
qualche volta si trova il coraggio di dire – almeno quando è possibile –:
“Meglio niente che poco” anziché: “Meglio poco che niente”. E nel frattempo
facendo il possibile affinché i diritti di base siano garantiti a tutti.


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