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Oltre il giardino – L’esperienza di Macao e il lavoro creativo

Una settimana vicino al cielo, sulla torre Galfa liberata da Ligresti e poi qualche giorno nel giardino di Palazzo Citterio, confinante con l’Orto botanico, meraviglia segreta di Milano. Questa, per il momento, la parabola di Macao che per due volte è apparso in città, due volte si è insediato tra le strade e nella pioggia e due volte è stato sgomberato.

L’utopia del “collettivo artistico Macao” ha attratto centinaia di milanesi, ha convogliato energie e speranze, è diventato un brand e un richiamo mediatico di cui hanno scritto anche Vogue Italia e Rolling Stone. Macao, “centro delle arti e della cultura”, ha scatenato immancabili appetiti politici, cioè disperati tentativi di riscatto da parte delle istituzioni che non possono negare la mancanza di un autentico e solido rapporto con il corpo sociale, al di là delle immagini demagogiche alle quali fanno copiosamente ricorso. “La vostra politica crea solo il vuoto” hanno scritto su uno striscione gli occupanti, lasciando il palazzo di Brera in un’alba stranamente nebbiosa per maggio.

Premesso insomma che la libera repubblica di Macao ha senz’altro ridestato l’immaginazione di Milano e che ha raccolto quelle simpatie che non è facile accordare a chi si presenta con la proposta di un bando pubblico nella tasca della “giacchetta da tirare”, vogliamo tentare di tracciare alcune linee di discorso generale. L’intendimento è, evidentemente, quello di interrogarsi sulle problematiche sollevate dall’emergere di molte esperienze simili, in questo periodo in Italia, che hanno come protagonista “il lavoro creativo”: Lavoratori dell’arte, Cinema Palazzo di Roma, Teatro Valle Occupato di Roma, Sale Docks di Venezia, Teatro Coppola di Catania, Asilo della Creatività e della Conoscenza di Napoli, Teatro Garibaldi Aperto di Palermo. Scrivo questi appunti per avviare una riflessione collettiva sul tema, nel prepararci alla prossima avventura di Macao.

Occupy di tutto il mondo uniti

La prima cosa che può essere annotata è la diversa dinamica che abbiamo rilevato, in questo periodo, rispetto agli Occupy del resto del mondo e al 15M in Spagna. Certamente mai riducibili a un unico modello né a un atteggiamento omogeneo, tuttavia ci sembra di poter indicare alcuni elementi ricorrenti: a partire dall’assenza di rappresentanza delle istanze dei cittadini cancellate da qualsiasi ambito della decisione, e dunque a partire da un inesistente rapporto con la politica, apertamente serva dell’economia, si assiste all’aggregazione e alla coalizione (spontanea e temporanea) di categorie sociali e problematiche differenti che divengono tutte trasversalmente evidenti nella piazza e che trovano originali, anche se non semplici, modi di interazione e comunicazione. L’aggravarsi delle diseguaglianze e il controllo diretto dell’élite finanziaria sugli stati, l’imposizione delle infami politiche economiche che ne sono conseguenza, hanno evidentemente un effetto deflagrante sulle vite dei popoli e sulle loro libertà, comprese quelle espressive e creative. Tutto ciò ha generato, in tutte queste occasioni, una dinamica coesiva di risposta se non vere e proprie alleanze. Certamente, ha rinsaldato la sensazione di essere tutti oggetto di un unico disegno repressivo che agisce su più fronti contemporaneamente.

In alcune realtà in particolare, come in Tunisia o in Egitto, sono stati proprio i giovani professionisti più istruiti a guidare le rivoluzioni. In tutti i contesti ci sono stati effetti di ibridazione tra classi e problematiche, dai disoccupati agli esponenti del settore informale, dalle lotte per la casa a quelle per l’ecosostenibilità dei territori, dai diritti civili al diritto all’insolvenza, al diritto all’istruzione e alla cultura.

In Italia, probabilmente solo l’esperienza NoTav ha funzionato da collettore nel senso in cui dicevo, ovvero diventando incarnazione fisica di uno scontro complessivo contro le logiche del capitale finanziario capace di innervare, al di là dello specifico dilemma locale, molteplici aspetti delle nostre vite precarie, obbligate a piegarsi a una povertà materiale e di senso. Macao ha viceversa enfatizzato soprattutto il suo essere espressione di una comunità artistica desiderosa di sacrosanti spazi di autodeterminazione, che incentra la propria battaglia sulla denuncia della rapina della cultura da parte di un mercato che specula sulla vita, sulla morte e perfino sull’anima. Di qui la pretesa di luoghi liberati in cui produrre arti e saperi. Senza voler sottovalutare il significato eminentemente politico di questa rivelazione di questi tempi, né ritenere che essa si ponga in contraddizione con una possibile unità d’interessi che sempre favorisce l’incontro, tuttavia va osservato che la matrice originaria del progetto tende a distinguere e a perimetrare, diversamente da ciò che è accaduto altrove.

Eppure, l’articolazione socio-culturale del presente è talmente variegata e complessa da non potersi omologare con semplici diciture. Non si può più rappresentare tutto in poche forme, ogni raffigurazione è sempre parziale e deficitaria, ogni pretesa di centralità rischia di rivelarsi marginale. Il rischio di proporsi come avanguardia e di ritrovarsi, alla fine, isolati e marginalizzati oggi è particolarmente marcato. Dunque la tecnica di allargare, sperimentata dagli Occupy e alla Puerta del Sol, può risultare un efficace contravveleno.

Il lavoro della conoscenza come soggettività generale del lavoro

La seconda notazione ha carattere ancor più generale. L’esperienza milanese è solo uno spunto. Da tempo si guarda giustamente ai lavoratori della conoscenza come a una nuova soggettività del lavoro pur senza alcuna ansia di rintracciare, anche qui, un baricentro universale per la fase. Nel cambio di paradigma produttivo, dal fordismo al capitalismo cognitivo, la questione dei lavoratori della conoscenza si pone, dal nostro punto di vista, come semplice questione del lavoro contemporaneo ovvero come condizione attuale dello sfruttamento generale delle vite delle generazioni precarie.

Evidentemente, la libera circolazione del sapere è del tutto auspicabile perché può essere in qualche modo funzionale anche alla immaginazione cooperativa di nuovi assetti sociali e di forme di distribuzione della ricchezza prodotta. Tuttavia va sottolineato come la crisi permanente stia in qualche misura tentando di convincere il lavoro della conoscenza ad assumere una posizione resistenziale quando non retriva. Mentre il lavoro della conoscenza stesso in Italia tende a sparire (finire) insieme alle sue fonti di finanziamento – nella generalizzazione della conoscenza, dentro una società completamente intrisa di conoscenza – adesso più che mai non c’è parzialità che non rischi il corporativismo.

Dieci anni fa abbiamo guardato con interesse all’emergere di questa nuova soggettività del lavoro. Oggi, nella crisi, bisogna porre attenzione a che il discorso non scivoli, senza magari volerlo, verso esposizioni conservatrici poiché si presta a interpretazioni ideologiche funzionali al potere e non certo alla riappropriazione di potenza collettiva. Nello schiantarsi definitivo di ogni possibile patto tra il capitale e i “tecnici”, nel crescere dell’impoverimento, come si pone il lavoratore cognitivo-creativo? Questo il tema presente. Questa la domanda. La mercificazione del sapere e la dinamica progressiva dei tagli provocano una frantumazione del rapporto che è esistito, in altri momenti, tra capitale e knowledge workers. Si origina così una sfasatura sempre più profonda tra le aspettative del lavoro vivo che si credeva direttamente collegato a un alto profilo professionale, con conseguente riconoscimento del proprio sapere e della propria specializzazione, e la realtà a cui le forze intellettuali vengono piegate.

Noi siamo oggi nelle lotte dei lavoratori della conoscenza di fronte all’articolarsi complesso del loro rapporto con il lavoro, con la rappresentanza, con il loro ruolo sociale, assai più problematico che in passato. I lavoratori della conoscenza sono contemporaneamente, e non casualmente, estremamente “aperti” alla precarietà e di conseguenza a una strutturale fragilità sociale che li espone più facilmente a forme di dominio, ricattabilità e di disciplinamento. Quest’area è stata inizialmente fissata ai campi della ricerca universitaria/formazione universitaria, del giornalismo, della cultura e dello spettacolo. Comprende articolazioni assai più ampie, dai designer ai lavoratori del web, alla moda, ai curatori del patrimonio artistico. Ma è soprattutto chiaro, ormai, che nessuna categoria del lavoro, nella dimensione sociale che il lavoro ha assunto, possa essere ritenuta esterna o esclusa dal processo di cognitivizzazione del lavoro.

Nel tempo li abbiamo chiamati “lavoratori immateriali” o “cognitariato”, secondo una delle definizioni classiche di Franco Berardi: “Il cognitariato è classe virtuale ma è anche corporeità negata, socialità negata, lavoro creativo ridotto a ripetizione, esecuzione. L’ideologia felicista della new economy nasconde questa duplicità e nasconde soprattutto la progressiva negazione della corporeità di classe”. Si è nominata e con ciò si è cercata e voluta l’affermazione pubblica della soggettività del lavoro immateriale che contiene, in sé, elementi concretissimi di tossicità, di alienazione e di nevrosi.

Parlando di “classe creativa” poi, pur dentro una critica lucidissima e radicale dei rischi d’interpretazione delle tesi di Richard Florida (Contro la Creative Class, Alberto De Nicola, Gigi Roggero, Benedetto Vecchi, 2007), si è ritenuto di sottolineare l’eccedenza del lavoro immateriale evocata dal termine “creativo”. La forza del bio-capitalismo cognitivo-relazionale contemporaneo è quella di piegare le variegate essenze esperienziali individuali dentro i bisogni della produzione. Tuttavia, proprio questa capacità può trasformarsi nel suo più grande limite: il tentativo del capitale contemporaneo di operare l’intera reificazione dell’individuo dentro i processi produttivi mostra, sin dalle premesse, una falla poiché non può prevedere in tutto e per tutto una sua completa standardizzazione. In questo preciso punto può prendere corpo un’eccedenza (creativa) che può diventare il cuore stesso di nuove strategie anticapitalistiche.

Se queste sono state le premesse, se questi già i dubbi di allora, oggi è legittimo domandarsi se la paura del declassamento e le nuove questioni sociali portate con sé dalla crisi finanziaria globale non rischino di provocare torsioni e desideri di distinguo da parte delle classi creative, richiamando processi reazionari notati in altre epoche storiche per le classi medie e/o intellettuali. Quella che nei presupposti è parsa come una dinamica entusiasmante e virtuosa di allargamento e di sperimentazione dei collegamenti ha già conosciuto alcune criticità, per esempio nello sviluppo delle lotte universitarie. Si tradurrà ora nella riscoperta – nella disperata ricerca – della propria specializzazione, della propria qualifica, del proprio merito individuale, della propria differenza dagli altri cioè della propria parzialità-individualità di uomo/donna impresa, ovvero nell’inseguimento del fascino discreto della normalità di una creatività non rivoluzionaria ma (eco)compatibile con le logiche del mercato? O viceversa ci si saprà, sempre più e sempre meglio, collegare, approfondendo la visione della generalità dei problemi nella generalizzazione della precarietà esistenziale e nella dinamica della cattura della vita-sapere, elementi ricompositivi in quanto vere condizioni comuni del lavoro vivo contemporaneo?

Penso sia utile affacciarsi a guardare l’ambiguità di questo crinale. Una sorta di sliding doors che può essere usata contro di noi da quelle stesse istituzioni contro le quali ci rivolgiamo e che come sempre cercano di dividerci. Qualche volta ci separano tra buoni e cattivi, violenti e pacifici, qualche volta tra chi studia e chi fatica in un call center (e il primo, molto spesso, si trasforma nel secondo). E’ necessario il consolidarsi dell’unità che sorge dalla prova della crisi e dalla necessità di definire ciò che si vuole e ciò che ci vuole per battere l’avversario. Essa può nascere, fuori dai pregiudizi, solo dalle relazioni e può affermarsi nel dibattito maturando concretamente sulle proposte reali.

L’ambigua parola “creatività”

Ecco allora il terzo punto. Come segnala Laura Fantone nel suo saggio Una precarietà differente (in “Genere e precarietà”, Scriptaweb, 2011) parlando proprio di vite precarie e creatività, “il precariato oggi tende a vedersi troppo spesso in termini eurocentrici, giocandosi un immaginario che oscilla tra la nuova vittima universale e il soggetto di una nuova avanguardia della forza lavoro. Tra questi due poli si forma un movimento che inizia a esprimersi trasversalmente rispetto ai vari tipi di precarietà e in questo progetto alcune delle strategie sviluppate dal femminismo possono fornire strumenti d’ispirazione. Le precarie spesso si confrontano con una falsa dicotomia, dovendo scegliere tra un lavoro intellettuale proletarizzato e svalutato socialmente (anche trovandosi in competizione con l’ideale del giovane uomo free-lance, creativo, artista, urbano) e un lavoro di riproduzione sociale nel contesto famigliare che rafforza ruoli tradizionali e statici” (pag. 31).

Fantone coglie precisamente la questione: questo dualismo finisce con il negare il potenziale propriamente, autenticamente creativo delle vite precarie. Il punto di rottura con il sistema non sta dunque a mio avviso – vale per Macao come per altre esperienze simili – nel trovare rinforzo a un’identità polarizzata (il creativo; l’artista; il teatrante) ma nel cogliere “le identità articolate in cui una precaria può essere al tempo stesso impiegata nel settore dell’informazione, svolgere un lavoro creativo, essere casalinga o sex-workers, badante e scrittrice contemporaneamente” (pag. 30). Queste identità articolate sono sempre più frequenti e oscillano tra lavoro immateriale e riproduzione sociale. Le nostre contraddittorie vite precarie sono esse stesse, in un certo senso, una forma d’arte che respinge ciò che ci viene chiesto di essere, inventando di volta in volta ciò che si preferisce essere. Soprattutto esse rappresentano, nella loro pluralità, un’inedita rottura degli schemi, rispetto alle epoche passate, che va approfondita, allargata, estesa e diffusa evitando i dispositivi che provano invece a sclerotizzare e ad appiattire su vecchi stilemi new age. Questo elemento ci avvicina nelle distanze e ricompone ciò che il capitale pretende di frantumare e di corrompere. In questo sta la scommessa unitaria e inedita, comune, delle generazioni precarie contemporanee.

Lo stesso testo collettaneo curato da Laura Fantone, ripropone una nuova versione di Soft Control, bellissimo saggio di Tiziana Terranova che si addentra a descrivere la cultura del lavoro della new economy “attraversata integralmente dal movimento di riforma della cultura del management che valorizza l’autodeterminazione di gruppi di lavoratori nel controllo del processo di produzione introducendo una nuova serie di regole manageriali (decentramento, delega, scadenza ecc.)” (pag. 187. Ecco allora che notiamo un altro problema dirimente quando Terranova, riprendendo gli studi di Andrew Ross, descrive la forza lavoro entusiasta del design digitale “che non percepisce il proprio lavoro in termini di vero “lavoro” (…) altamente alfabetizzata e altrettanto alienata (…) frutto dell’incontro tra lo stile di vita bohemienne della East Coast americana e dell’ecologia start up della Silicon Valley” (pag. 186).

Si scorge il rischio di credere troppo nella missione del lavoro creativo, rimanendo succubi di immaginari lavoristi anche fuori dalla fabbrica. Lo insegna bene il collettivo Carrotworkers’ che in Uk da qualche tempo cerca di attirare l’attenzione sulle pressioni rivolte agli studenti perché accettino lavori non retribuiti come requisito per ottenere crediti accademici. Tutto questo si basa sull’idea di arte, o di lavoro creativo più in generale, come vocazione. In un interessante documento pubblicato in rete lo scorso 2 maggio Training For Exploitation? Towards an alternative curriculum, la Precarious workers brigade scrive: “Esistono contraddizioni all’interno di questo modo di pensare l’arte e il lavoro degli artisti: da un lato il rapporto tra le idee del genio e i beni di lusso prodotti dal mercato dell’arte, dall’altro quello tra le città, come ad esempio Berlino, che cercano di trarre profitto dalla povera, ma sexy, immagine del popolo degli artisti. Attraverso l’idea della vocazione, il lavoro creativo diventa qualcosa d’intrinseco all’artista, alla sua soggettività e quindi non è definibile entro i termini di una semplice relazione salariale. Al tempo stesso, la sensibilità bohemienne sfida lo spirito libero della classe creativa e incoraggia le persone a rifiutare le tradizionali condizioni sia di lavoro che di classe, dentro un’ottica che sembrerebbe relegare entrambe a una sorta di triste “materialismo borghese”. Per i lavoratori culturali, più che al bisogno di vitto e alloggio, il lavoro è legato ai desideri generati dalla creatività, dall’ego, dall’appartenenza, dalle prestazioni individuali. Sin dalla formazione, la scuola d’arte pone l’accento sul valore del lavoro, che arriva prima di tutto, si pone al di sopra di tutto anche della sussistenza individuale”.

Il testo include “alcune utili statistiche”. Presso l’Arts Council of England, nel dicembre 2011 il 41,3% della forza lavoro risulta costituito da volontari, contro il 17,4 dello staff permanente e il 51,4% di contrattualizzati. Il numero dei volontari è cresciuto del 18% rispetto al 2008/2009, mentre i lavoratori stabili sono aumenti dell’1% e i contrattualizzati del 3%.

Si può sostenere dunque che questo sia, per esempio, un problema da affrontare per i lavoratori dell’arte e/o creativi? Esso potrà essere collettivamente sfidato, rappresentando un punto di possibile coagulo e di confronto con altre categorie di lavoratori precarizzati, durante la prossima apparizione di Macao?

Il principio del piacere

Infine, dal punto di vista delle dinamiche politiche vissute sul territorio, la vicenda di Macao insegna come tutto si sia giocato sulla base del principio del piacere. Volevano piacere il sindaco Pisapia e il suo assessore alla cultura, arrivati, dopo giorni, in assemblea portando doni. Ma come insegna l’antica storia dell’assedio di Troia si trattava di offerte sventurate che avevano soprattutto lo scopo di destrutturare il progetto, ribadendo l’illegalità dell’occupazione (mentre per le regole dello stato democratico è legale costruire una torre di trenta piani, zeppa di amianto, lasciandola vuota per 15 anni) e il principio meritocratico del concorso con bando pubblico per ottenere uno spazio rispettando le norme – ché anch’esso è uno dei cardini della nostra onorata repubblica. Stefano Boeri in sacco a pelo spinge perché Macao concorra a un regolare bando, “come fanno tutti”. Nel frattempo, Carmela Rozza del Pd cittadino si sforza di impersonare il non rimpianto ex vicesindaco De Corato, chiedendo ordine e sgomberi e suggerendo di spostare tutto nella periferia di Quarto Oggiaro.

Macao è molto piaciuto alla città e di questo bisogno di piacere e di rassicurazione è rimasto in qualche misura prigioniero. E’ piaciuto proprio per il suo connotato glam da gruppo d’artisti urbani con l’obiettivo della cultura “bene comune”. Il collettivo ha ceduto, comprensibilmente, alla lusinga del consenso di massa, così come, almeno in un primo tempo, ha sospettato di ogni progetto e di ogni alleanza, considerata troppo radicale. Abbiamo già detto che a nostro avviso questo ha rappresentato un limite e non ci ripeteremo. Non si può negare inoltre che, per un collettivo giovane, neonato e privo di sigle, abbia giocato un ruolo importante anche la drammatizzazione a cui è sottoposta ogni forma di conflitto, di questi tempi: il concetto stesso di “conflitto” è stato patologizzato allo scopo di neutralizzarlo. Il depotenziamento dei conflitti, attraverso un processo di frammentazione progressiva del corpo sociale dei lavoratori – attuato per mezzo di accordi sindacali, leggi, imprinting televisivo, mentre contemporaneamente la passione e la creatività vengono inserite nel lavoro per “superare l’alienazione dal lavoro” – genera poi, nella pratica, il timore di affrontare lo scontro e genera impasse.

In ogni caso, Macao ha evitato la trappola della riserva indiana offerta dal comune e questo è stato un atto non scontato e coraggioso, che ha fatto svaporare dalla sera alla mattina centinaia di fans di matrice arancione, cioè vicini alla giunta Pisapia, creando problemi al percorso e ricordandoci una grande verità della vita, ovvero l’incostanza dell’amore.

La vera tragedia di questa storia è rappresentata dall’inerzia della giunta che ha replicato con un’offerta misera e poi si è offesa per l’occupazione di Palazzo Citterio, mentre un problema sta senz’altro nel politicismo dei centri sociali cittadini che fatica ad aggregare nuovi percorsi e nuovi soggetti. La voglia di protagonismo dal basso di giovani e giovanissimi messa in luce dalle assemblee di Macao è senza dubbio un grande valore che non va perso, che dobbiamo impegnarci a non perdere.

L’ultima cosa si può aggiungere è che il tema del reddito e del Commonfare, ovvero la pretesa di un welfare del comune, potrebbero/dovrebbero (avrebbero già dovuto) diventare il cuore di questo, come di altri, progetto. Esso è l’asse su cui costruire una più larga ricomposizione delle varie soggettività che fino a questo momento l’esperienza di Macao non è riuscita a generare: dalla riproduzione sociale implicita in tutti gli atti creativi della nostra vita oggi produttiva alla rendita sociale, forma di remunerazione esplicita di una ricchezza già saccheggiata. Forma di libertà del fare, del concepire, dell’inventare, fuori dal lavoro produttivo e dentro percorsi autodeterminati.

Dobbiamo fare lo sforzo di andare oltre il giardino nel quale coltiviamo i nostri singoli pensieri. L’inclusione di elementi desideranti nel rapporto tra capitale e lavoro, ha reso più complicata l’analisi e più complesse le reazioni da mettere in campo. Dentro questa crisi infinita sta tuttavia, se lo vogliamo, la possibile insorgenza di un punto di vista precario sul mondo e sull’esistenza. Un punto di vista unificante anche se non unitario. La possibilità di costruire una narrazione collettiva, da una visione a mosaico, che ci accomuni, pur nella difformità delle situazioni e perfino delle resistenze, che ci accompagni nella costruzione di una nuova visione di classe. Il resto rischia di essere, sempre e comunque, da qualche parte escludente.

25 / 05 / 2012

di CRISTINA MORINI

http://uninomade.org/oltre-il-giardino-macao-e-lavoro-creativo/

 

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