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Tutti parlano di precarietà: finalmente!

La precarietà è condizione trasversale. Siamo tutti precari. Il nostro tempo è adesso. La generazione precaria deve prendere parola. La precarietà riguarda non solo il lavoro ma anche la vita. Queste sono alcune delle frasi che vengono riportate da molti appelli che rimbalzano nella rete. La precarietà vive un momento di visibilità mediatica netta, limpida, come non è mai successo, mentre le percezioni delle generazioni precarie assumono forme e narrazioni simili, corali. In dieci anni di Mayday, in sette anni di agitazioni sotto il patrocinio di San Precario non c’era mai capitato di vedere un sentimento di rivalsa così diffuso. Finalmente!

 

Non saremo certo noi a spegnere la rabbia, le iniziative, da qualsiasi parte provengano, attraverso distinguo o rivalità.

 

Diamo quindi per acquisite le due coordinate principali che raccontano questo fenomeno infausto:

1) la precarietà avvolge tutte le sfere della vita,

2) la precarietà è l’elemento portante dei processi di valorizzazione del capitale in italia. Più semplicemente: è il modo in cui alcuni fanno profitto e altri cadono in un limbo di incertezza e ricatto.

Vi è però un’ulteriore punto da precisare, che per noi indica il passo successivo, l’obiettivo da conseguire. Noi precari e noi precarie esistiamo, anzi chiediamo a gran voce di essere protagonisti. Ed è su questa parola che si misurerà il nostro successo ed insuccesso. Questo protagonismo deve essere frutto di un processo di soggettivizzazione, cioè di presa di coscienza. Senza una precisa consapevolezza della natura della nostra condizione possiamo aspirare solo ad essere testimoni di noi stessi, o collaterali all’azione politica e sindacale di qualcun’altro. Il timore che venga a crearsi un protagonismo precario, cioè un moto d’orgoglio creativo e condiviso capace di farci riconoscere a vicenda e produrre una nuova narrazione culturale e sociale, è palpabile. Ma se ciò non accadesse, se questa presa di coscienza non avvenisse, correremmo il rischio che qualsiasi azione contro la precarietà abbia come unico esito un ritorno al passato. Esito che positivo non è.
Quindi, quali forme deve prendere questo protagonismo? La manifestazione Il nostro tempo è adesso del 9 aprile e lo sciopero generale del 6 maggio sono sicuramente momenti da attraversare, ma non ci bastano. Oltre a manifestare la nostra presenza dobbiamo essere in grado di affermare la nostra essenza, che è una e una sola: se ci fermassimo, si fermerebbe il paese. Noi stiamo lavorando affinchè ciò possa avvenire, con il percorso degli Stati generali della precarietà che approderanno a Roma dal 15 al 17 aprile, e che avranno al centro la proposta di uno sciopero precario. Uno sciopero dei precari e delle precarie, ma anche uno sciopero sulla precarietà e nella precarietà.
Inoltre noi precari e precarie dobbiamo spostare l’asse delle rivendicazioni. Dobbiamo pretendere diritti nel lavoro e oltre il lavoro, e questo significa chiedere reddito, cittadinanza, saperi per tutti/e. Queste sono le basi di una piattaforma rivendicativa che deve accompagnare ogni nostro gesto, ogni manifestazione e, naturalmente, ogni sciopero. Solo così si può pensare di costruire un futuro degno e condiviso in cui ricostruire il tessuto di diritti che abbiamo perso.

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