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Quel luogo singolare formattato per la rovina

dal Il Manifesto 3 giugno 2007

La recente riforma per il reclutamento dei ricercatori è un ulteriore segnale della crisi degli atenei italiani. Da qui la necessità di un movimento che si riappropri dell’università e salvaguardi l’unità della conoscenza

di
Franco Piperno

Qualche settimana fa, in base ai poteri conferitigli, quasi di sfuggita, da un codicillo annegato nell’ultima legge finanziaria, il ministro Fabio Mussi ha decretato l’ennesima riforma della università. Si tratta del quarto intervento legislativo di «innovazione» della struttura universitaria italiana in meno di dieci anni: un primato senza precedenti non solo rispetto a quel che accade nel mondo contemporaneo, ma soprattutto se rapportato alla storia millenaria dell’Università come pubblica istituzione. Un primato che ha qualcosa di grottesco, se si pensa all’«inerzia» insita nella trasmissione dei saperi. Gli effetti sulla formazione culturale delle modifiche nell’organizzazione degli studi richiedono infatti, per rivelarsi, almeno quattro o cinque generazioni di studenti (grosso modo un trentennio). Dunque, se si procede a una nuova riforma ogni due anni e mezzo, l’innovazione procede alla cieca, senza alcun riscontro con l’esperienza.


 





Vero è che questa volta il ministro non si spinge a disegnare lo
scenario di una nuova riforma nella sua interezza, ma si limita a
decretare le nuove norme per il reclutamento dei ricercatori:
una figura di docenza, si badi, che solo poco più di un anno fa la
riforma del precedente ministro aveva condannato ad una estinzione
certa. Tuttavia, il decreto, nell’argomentare quelle norme, dichiara
più volte che esse vanno collocate all’interno di una generale
modificazione del reclutamento della docenza; si tratta quindi di
disposizioni che prefigurano, per similitudine, i criteri d’assunzione
che verranno successivamente decretati anche per professori ordinari ed
associati. E’ lecito dunque considerare il decreto Mussi non tanto una
misura emergenziale quanto un annuncio di strategia riformatrice.

Un autogoverno da cancellare
D’ora in poi i concorsi per il ruolo di ricercatore comporteranno un
giudizio preventivo nazionale da parte di un giurì di esperti. Questo
giurì sarà nominato dal ministro con un complicato sistema di sorteggio
tra tutti coloro che, sulla base delle «parole-chiave» presenti nelle
pubblicazioni dei candidati, posseggono riconosciute competenze nei
campi disciplinari interessati. Una volta dichiarato idoneo, il
candidato si sottoporrà al concorso organizzato dalle singole
università; questa volta verrà giudicato da sette membri – di cui
quattro d’ateneo con funzioni istituzionali e tre per la parte
disciplinare – nominati dal senato accademico, cioè di fatto dal
rettore. Scompare così dall’università uno dei semi di democrazia
introdotti dal movimento del Sessantotto: il meccanismo elettivo come
forma di autogoverno. Inoltre le nomine, sia a livello nazionale sia a
livello locale, sono esplicitamente riservate solo ad una delle tre
caste di docenza: i professori di prima fascia, cioè giusto coloro che
spartiscono con i ministri la maggiore responsabilità dell’estenuazione
culturale, per non dire etica, dell’università.
A differenza che in altri sistemi, dove l’idoneità è indipendente dal
numero dei posti di docenza disponibili, il dispositivo «Mussi»
subordina la prima ai secondi. Gli esperti stilano una lista di idonei, dei quali però solo il primo quarto sarà effettivamente ammesso ai concorsi.
Può accadere così che una «buona annata» di giovani studiosi venga
indebitamente penalizzata, vedendosi negare il riconoscimento formale
di una idoneità alla docenza universitaria pur tecnicamente accertata.
Infine, gli esperti ministeriali redigono la lista degli idonei sulla
base dei soli titoli, senza formulare alcun giudizio sulla capacità
espositiva e comunicativa del candidato. Capacità tuttavia cruciale
nell’attività di formalizzazione della conoscenza e trasmissione
pubblica dei saperi, ovvero nel ruolo specifico dell’università
italiana: che non è, occorre ricordarlo, né una scuola professionale né
un centro di ricerca.

Un’impropria mistura di modelli
Dalla lettura del decreto, l’impressione è che il ministro e i suoi
collaboratori abbiano proceduto a confezionare una mistura di modelli
accademici diversi, dalla «docenza nazionale» d’origine franco-tedesca
alla tradizione informale anglosassone, per approdare alla figura del
researcher-professor partorita dalla Big-Science: ma, non avendo
mescolato abbastanza, la maionese non è venuta. Si vede qui all’opera
un’accidiosità tipicamente italiana, quell’autodisprezzo che ci fa
sentire sempre in ritardo rispetto alle altre tradizioni nazionali,
quell’affanarsi a rubare le soluzioni altrui proprio nei settori
dell’attività collettiva in cui il nostro paese ha giocato un ruolo
creativo e vanta una esperienza quasi millenaria. E’ la stessa accidia,
per intenderci, di quando Walter Veltroni si dichiara seguace del
pensiero politico di Bill Clinton, il quale non sapeva d’averne uno
prima che il sindaco di Roma glielo attribuisse.
Gli adoratori della American way of life, specie intellettuale in via
di rapida moltiplicazione qui da noi, dimenticano forse alcune cose,
peraltro comunemente note, sul sistema formativo di quel paese. In primo luogo, le dimensioni di ignoranza individuale che esso comporta:
secondo un’inchiesta realizzata, per il periodo 2000-05, dalla Aps
(American Physical Society), la metà degli allievi della scuola
secondaria non sa localizzare l’Europa o il Giappone sulla carta
geografica; e nel 2000, il 20% della forza-lavoro era del tutto
illetterata: in grado di riconoscere le singole lettere e riprodurne il
suono, ma incapace di leggere persino una sola frase. In secondo luogo, la penalizzazione degli strati sociali più poveri che deriva dalla pessima qualità dell’insegnamento pubblico:
solo l’8% degli adolescenti neri, il 20% degli ispanici e la metà dei
bianchi sa calcolare il resto che gli è dovuto per una cena con due
pietanze, cioè effettuare una addizione e una sottrazione
consecutivamente.
Tutto questo contrasta nettamente con la formidabile vitalità
dell’economia americana; che, in principio almeno, sembra esigere gente
istruita piuttosto che analfabeta. In realtà, quel principio è solo un
pregiudizio liberale, giacché molti ruoli del lavoro subordinato sono
resi facili, per non dire stupidi, dallo tecno-scienza; infatti, non
occorre capire, basta eseguire i gesti nella sequenza programmata.

Arrivano i migranti
In verità, una nazione può essere ricca e tecnicamente avanzata senza
che i suoi cittadini sudditi debbano comunemente possedere i saperi dai
quali quella ricchezza e quella tecnica hanno tratto origine – il che
rivela, per inciso, quanto falsa sia la pretesa del nostro ceto
politico di subordinare la formazione culturale alle necessità della
competizione economica globale. Va detto, tuttavia, che
le debolezze più gravi del sistema educativo americano sono
parzialmente temperate da alcune istituzioni private, ad alto costo ma
di ottima qualità
. E che per quanto riguarda la forza-lavoro
tecno-scientifica, l’inefficienza pubblica è mascherata dalla
contribuzione nascosta degli immigrati. Le università accolgono infatti
ogni anno un gran numero di studenti stranieri, spesso assai brillanti,
e finanziati per i loro studi dalle famiglie o dalle istituzioni dei
paesi d’origine: in alcune università prestigiose oltre il 70% dei
dottorandi in fisica sono in questa situazione, mentre per le scuole
d’ingegneria si tratta della metà degli studenti. I laboratori
americani accolgono, dopo il dottorato, i migliori ricercatori
stranieri, offrendo loro lavori incomparabilmente migliori di quelli
nei loro paesi. Il costo iniziale della formazione di questi studiosi
grava perciò sui paesi d’origine; e questo permette agli Usa d’aver
accesso a un vivaio gratuito di qualità che contribuisce in modo
determinante alla loro prosperità.
Malgrado tutto ciò, sarebbe disonesto non riconoscere che nella
decisione del ministro di procedere per decreti v’è la presa d’atto
dell’emergenza universitaria così come realmente è: lo svilimento della
qualità della docenza, dovuta in primo luogo alla gerarchia senza
autorità e alle pratiche lobbistiche per non dire mafiose
dell’autopromozione collettiva; la frammentazione centesimale dei
saperi attraverso l’inflazione dei corsi di laurea e l’aumento
esponenziale dei moduli formativi; la tentazione propria delle
corporazioni asfittiche di praticare modi perfino offensivi di
«familismo amorale»: tendenze queste già presenti nelle università
italiane sin dal dopoguerra, ma esaltate da quelle forme di autonomia degli atenei introdotte dalle riforme Zecchino-Berlinguer-De Mauro-Moratti.
La soluzione prospettata da Mussi, però, è un po’ come buttare il bambino insieme all’acqua sporca. L’autonomia degli atenei, non solo amministrativa e finanziaria ma anche ordinamentale (quella che riguarda cioè le forme e i contenuti della trasmissione del sapere) è l’anima delle università:
privati di questa potenza, gli atenei degradano a luoghi di
addestramento per la forza lavoro qualificata. Era facile prevedere che
la realizzazione dell’autonomia dovesse scontare più di una rovinosa
caduta iniziale: solo dopo qualche lustro e a regime l’autonomia
universitaria comincia a dare i suoi frutti. Ma il punto cruciale è che
non si può riformare l’università snaturandola. Senza il concetto di
autonomia del sapere, che vuol dire libertà del lavoro intellettuale,
del suo accumularsi criticandosi pubblicamente, la specificità sociale
dell’università, l’università come luogo singolare, va perduta.

Ritorno al futuro
La visione che il ceto politico ha dell’università è quella di una
scuola professionale che, in funzione del mercato del lavoro, sforni
giovani «formattati», più che formati, per ipotetici lavori
qualificati. Si tratta di una visione senza concetto, che ha già
mandato in rovina l’università nel nostro come in altri paesi. Bisogna
invertire la rotta, e per farlo non c’è nessuna via elaborata in luoghi
lontani che possa essere riprodotta da noi. Per salvare l’università,
per serbarne l’autenticità cioè l’autonomia e la pubblicità del sapere,
occorre ricostruirla daccapo sulle sue stesse rovine. Più che guardare
altrove, giova ricominciare di nuovo, tornare all’origine,
all’università medievale; e solo chi è prigioniero del tempo lineare
potrebbe giudicarlo un ritorno indietro.
Del resto, non era stato il movimento del Sessantotto, nella prassi più
che nella teoria, ad abbozzare una università strutturata attorno ad
una sola figura di docente, sottoposto a un periodico e vincolante
giudizio collettivo da parte degli studenti che ne hanno seguito le
prestazioni magistrali? Questa maniera di garantire la qualità della
docenza, che è propria dell’università delle origini, riproposta oggi
suonerebbe, nel lingua di legno dei sindacati, come precarizzazione
dell’intero corpo docente, come temporaneità del ruolo magistrale.
Bisogna invertire la rotta, ma non si vede chi possa farlo. Non i politici o i sindacati che non sono neanche in grado di porre la questione in tutta la sua complessità;
ma neppure i docenti ingessati come sono in una gerarchia che premia la
servitù volontaria, e afflitti quindi, come gli impiegati di banca, dal
«timore della fame e del freddo e che gli rubino la legittima
consorte». L’unico soggetto potenzialmente in grado di dare quel colpo di maglio atto a polverizzare le attuali rovine per ricostruirci sopra è lo studente, o meglio un movimento sovversivo di studenti,
nuovo perché antico, che nutra la passione di preservare l’autonomia e
l’unità della conoscenza; e per questo desiderio si batta costruendo
fin da subito, nell’ateneo così com’è, alternative alle forme ed alla
trasmissione del sapere; e si riappropri così molecolarmente
dell’università, occupandola e difendendola in quanto luogo singolare,
allo stesso modo di come si difende tutto ciò che è costruito in
comune, ovvero mettendo in campo il proprio corpo.
È tutto così semplice da essere del tutto improbabile. Ma per fortuna,
tra cielo e terra, non accade sempre ciò che è più probabile.

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