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Contratto di lavoro dei giornalisti 2009: un esempio di svalorizzazione della conoscenza



Sindacato ed editori hanno firmato il nuovo contratto di lavoro
dei giornalisti italiani all’alba di venerdì 27 marzo 2009. I rinnovi
contrattuali si firmano sempre nel cuore della notte, mentre la gente comune
dorme e forse sogna, incosciente, inconsapevole. Questo lo si è firmato dopo
oltre quattro anni dalla scadenza, nel cuore di una notte che si srotolava
durante una inedita crisi economica mondiale. La prima del capitalismo
cognitivo contemporaneo.




C’è un film del 1969, Non si uccidono così anche i cavalli?
Ci è venuto in mente, per una qualche assurda connessione operata dalle
sinapsi, non appena saputa la notizia della conclusione dell’annosa trattativa
tra Fnsi e Fieg. Tratto da un romanzo di Horace McCoy Ai cavalli
si spara (1935), in Italia è stato pubblicato con il titolo Avrei dovuto
restare a casa. Si svolge nel 1932, durante la grande depressione,
succeduta al crack del 1929. Un branco di disperati si cimenta in una maratona
di danza per vincere il premio di millecinquecento dollari, ma anche
semplicemente per mangiare qualcosa mentre la gara è in corso. Il collegamento
suggerito dal pensiero deve essere stato più o meno questo: anche in questo
caso si proverà a ballare fino alla fine, viste le incognite della crisi e il
bisogno crescente di tenersi un posto di lavoro – per chi ce l’ha-, benché il
premio finale sia una truffa. Avrei dovuto restare a casa e invece eccomi qui,
costretto a reggere il ritmo.

 

L’attualità dell’esercito industriale di riserva

 

Il nuovo contratto dei giornalisti (1 aprile 2009-31 marzo
2013) tanto a lungo inseguito, ha un preciso significato. Non tratteremo tutto
l’articolato, ma la sostanza del cambiamento. La sua destinazione finale è
quella di precarizzare – e di disciplinare attraverso la ricattabilità
implicita nella precarizzazione – il lavoro a tempo indeterminato. Si destruttura
ogni punto di riferimento passato e si innalza il grado di subordinazione dei
soggetti rispetto alle gerarchie e alla prescrittività dell’impresa, attraverso
la creazione di un vero e proprio esercito industriale di riserva “intra
moenia” – la forza lavoro fisicamente ancora presente all’interno della
fabbrica cognitiva. La crisi economica come forma di disciplinamento del lavoro
cognitivo. Il contratto nazionale di lavoro giornalistico viene firmato, dopo
oltre quatto anni, durante la crisi economica.

L’articolo 4 del nuovo Cnlg sancisce che un giornalista
possa essere spostato “per comprovate esigenze organizzative e produttive” a
lavorare per qualsiasi altro giornale in qualsiasi momento. Le chiamano
“migrazioni”: non è il caso di immaginare stormi di rondini che volano verso
l’Africa, l’associazione (relativa) corretta sembra essere piuttosto quella con
i viaggi degli stranieri bisognosi di occupazione verso le coste europee
(emigranti). Il giornalista potrà essere chiamato a migrare verso “ogni unità
organizzativa redazionale e qualsiasi prodotto editoriale giornalistico edito
dall’azienda, compresi quelli multimediali, nonché verso le testate edite da
imprese controllate dalla stessa proprietà” . E che possa, allora, in questo
specifico caso, essere anche “distaccato” fino a un "massimo di 24 mesi"
e che il suo contratto possa infine essere “ceduto” e che il lavoratore possa,
indipendentemente dalla sua volontà, perfino venir trasferito, senza aver diritto
ad alcun genere di rimborso e di indennizzo, entro un raggio di 40 chilometri
dalla sede d’origine. Le “unità organizzative redazionali” – che vengono qui
introdotte ed equiparate a testate – hanno la funzione di “fornire contenuti
informativi giornalistici a qualsiasi testata e per qualsiasi prodotto
edito dall’azienda, nonché per le testate edite dalle imprese controllate dalla
stessa proprietà”.

Con l’espressione "qualsiasi prodotto" edito
dall’azienda, si dichiara non solo ciò che è, ovvero l’avvenuta trasformazione dell’informazione
in merce, ma si arriva ad affermare lo sdoganamento concettuale del processo,
che diventa da questo momento pubblico, conosciuto, conclamato. Costruiti per
un consumo distratto, non impegnativo, questi “prodotti” riflettono essi stessi
il modello del meccanismo economico che domina per intero il tempo del lavoro e
quello del non- lavoro del presente. "Lo spettatore non deve lavorare di
testa propria: il prodotto prescrive ogni reazione: non per il suo contesto
oggettivo- che si squaglia appena si rivolge alla facoltà pensante- ma
attraverso i segnali. Ogni connessione logica, che richieda fiuto
intellettuale, viene scrupolosamente evitata" (Horkheimer – Adorno,1947).
Si rivela con ciò lo scopo di fondo dell’industria culturale: quella del
dominio che persegue sugli individui.

Il riferimento, poi, all’art.7 "Orari di lavoro",
fa presumere che la rotazione da un impiego all’altro possa essere velocissima,
riguardare, "nel rispetto dei poteri dei direttori" (plurale),
addirittura l’arco della giornata.

Dove e come potrà generarsi da questo modello potenzialmente
repressivo, ansiogeno e ricattatorio quella “qualità” che viene indicata
(invocata) come unica possibilità di futuro per l’informazione? Quale genere di
cooperazione, di intelligenza e di vitalità potrà svilupparsi da una
prestazione d’opera coatta, a cottimo, migrante di testata in testata, di
prodotto in prodotto? Quali sconosciute praterie di sudditanza e di
compromissione potrebbero ancora aprirsi, da qui, per l’informazione – diritto
sancito dalla costituzione ex articolo 21?

Ci è chiaro: questo processo può finalmente esprimersi in
tutta la sua potenza grazie al fatto che, negli anni passati, si è lasciata
mano libera agli editori con l’esercito industriale di riserva costituito dai
collaboratori, esercito solo apparentemente "esterno" alle mura della
fabbrica cognitiva. Mentre la Federazione nazionale della stampa, dall’inizio
della trattativa a oggi, ha cambiato idea sui numeri, noi continuiamo a contare
nello stesso modo e a ritenere che i due terzi della categoria prestino la loro
opera in regime di contrattazione atipica (dalla collaborazione coordinata e
continuativa, alla partita Iva, alla collaborazione occasionale, al contratto a
termine): sono fino a 55 mila i giornalisti precari, contro i 17 mila con
contratto di lavoro stabile ex art.1. Oggi il sindacato preferisce suddividere
l’area del lavoro atipico dei giornalisti in fasce “grigie” (il termine
richiama alla mente sinonimi come: oscure, approssimative, generiche) e fasce
“autonome” (libere, agìte, indipendenti). Secondo questa lettura “riveduta e
corretta”, con il termine “precari” si intendono, al momento, solo i (pochi)
contratti a termine. Neppure per questi ultimi la Federazione ha strappato
qualcosa, anzi. Nel tempo, comunque, statisticamente, anche nei grandi gruppi
editoriali, i contratti a termine vanno scomparendo e al loro posto fioriscono
co.co.co. e partite Iva. In un documento della Fnsi scritto lo scorso anno si
legge: “Sono (…) 13.455 gli iscritti alla gestione separata dell’Inpgi 2 (la
cassa previdenziale dei giornalisti) che hanno avuto un reddito inferiore ai
10.000 euro”. Si tratta della fascia più numerosa (oltre che, evidentemente,
più povera) tra tutti gli iscritti alla gestione separata dei giornalisti
italiani. Dopo le tante parole roboanti spese per i "precari" negli
anni scorsi, oggi essi scompaiono. Nel nuovo contratto non una sola riga è
stata dedicata ai freelance – nominati come lavoratori autonomi. Si è semmai
precisato che “il corrispettivo deve essere liquidato entro la fine del mese
successivo a quello della pubblicazione”, autorizzando con ciò che il conteggio
per il pagamento parta non dal momento in cui il pezzo, l’articolo, è stato
commissionato e consegnato ma sulla base delle decisioni (e delle bizze) della
redazione e della sua direzione.

L’ultima miserabile cartuccia, con i freelance, la si sta
giocando in queste ore. Il sindacato è amareggiato e ammette che, è vero, nel
contratto per i “lavoratori autonomi” c’è poco o nulla, è una colpa, ma che fare?
Cambiate lavoro, l’Italia pullula di "schiavi della sindrome di Topolino
giornalista".

 

Patto generazionale a chi?

 

Non bastasse la precarietà, introdotta strutturalmente dal
sistema di accumulazione flessibile a partire dagli inizi degli anni Novanta,
c’è un altro problema che si aggira sulla testa delle nuove generazioni di
giornalisti, in Italia: le strutture sindacali prestano di norma attenzione
solo al lavoro adulto, accettando da anni accordi al ribasso per l’eventuale
inserimento dei più giovani. In un certo senso, il peso semplicemente
quantitativo della massa degli ultra cinquantenni sui più giovani ha
determinato in questi anni una specie di cesura generazionale e un cambio di
rotta che è stato scaricato, nelle differenze, interamente sui 25-40enni, per i
quali non c’è grande speranza di miglioramenti, anzi. Facciamo un esempio:
mentre, come detto, 13.455 iscritti all’Inpgi 2 guadagnano meno di 10 mila euro
lordi l’anno, in un grande gruppo editoriale 100 giornalisti  cinquantottenni contano su un reddito non
inferiore a 120mila euro l’anno cadauno. Il prepensionamento di questa specie
in via d’estinzione di redattori dell’antichità costerà, secondo le dichiarazioni
di autorevoli dirigenti della Fnsi, circa 500 mila euro in un anno ciascuno.

Per ottemperare al mancato turn-over nelle redazioni,
scommettendo contemporaneamente sulla sostenibilità corrente dell’Istituto di
previdenza dei giornalisti italiani – la vera partita su cui si è giocato il
contratto – si è pensato di innalzare fino al 26% le aliquote Inpgi per i
freelance. Parliamo di quei Topolino-giornalisti che, nella stragrande
maggioranza dei casi, guadagnano – come si è visto – meno di 10 mila euro
l’anno. Per compensare il nuovo costo dei contributi dei freelance, le imprese
si sono rivalse sugli introiti degli stessi meschini collaboratori, come non
era affatto difficile immaginare, ribassandoli giusto giusto del 25%. In
generale, da oltre un decennio, il sindacato ha imboccato la strada del
costante ribasso del costo del lavoro. La strategia non è servita e la dinamica
occupazionale che ne è risultata è praticamente nulla – le nuove assunzioni si
mantengono risibilmente basse. Tuttavia, i giornalisti sono probabilmente la
categoria che, in Italia, ha assistito alla più vistosa contrazione dei salari
reali in termini relativi. Un andamento che ha riguardato e riguarda non solo
le fasce di lavoro “non standard” ma allarga il proprio riflesso negativo su
tutta la categoria. I contratti di lavoro firmati dal sindacato dei giornalisti
hanno ratificato una decurtazione dei tabellari minimi retributivi dell’ordine
del 30% circa a partire dal 1995. La retribuzione di un “praticante”, che è il
giornalista in formazione, ha perso, in questo lasso di tempo, il 38% del
proprio valore nominale. Il redattore ordinario ha invece assistito non solo a
una contrazione del proprio compenso mensile ma anche al prolungamento di un
periodo a stipendio ridotto (che è passato da 18 a 30 mesi), con una diminuzione
complessiva del 19%. I dati dell’Istituto di previdenza dei giornalisti
italiani dimostrano come oggi un redattore con meno di dieci anni di anzianità
(più spesso donna che uomo, ha un’età media intorno ai 40/45 anni) guadagni
circa il 40% in meno rispetto al periodo precedente al 1995. Non ci può essere
ipocrisia, su questo punto, per quanto appaia volgare (e con la crisi, poi,
perbacco!), perché esso è altamente paradigmatico. L’aspetto economico è
significativo del valore, in un’economia capitalistica, benché – ne siamo
consapevoli – questo genere di misura finisca per risultare addirittura
inadeguato a dire dell’eccedenza di un lavoro sempre più cooperativo e
inclusivo della riproduzione sociale e della vita complessivamente intesa. Le
professioni “intellettuali” erano, di norma, legate a un ottimo stipendio.
Infatti (per qualcuno sarà una notizia), le professioni intellettuali – nella
loro nozione “tradizionale” – sono scomparse.

Anche questo nuovo contratto da crisi o di difesa, come lo
chiamano, non disconferma l’andamento. L’aumento ottenuto è di 265 euro lordi e
va diviso sul prossimo biennio (140 euro dal 1 aprile 2009; 125 l’anno
prossimo. Ballano cinque euro che ogni lavoratore metterà ogni mese nel fondo
di perequazione, per “tutelare le prestazioni previdenziali dei giornalisti
pensionati e dei superstiti titolari di pensioni di reversibilità”, una tassa
mensile per tenere, ancora una volta, in piedi l’Inpgi). A questi vanno
detratti i quattrini già ottenuti per la vacanza contrattuale (77,88 euro
lordi) come previsto dagli accordi confederali del ‘93. Un redattore ordinario
insomma, a partire dal 1 aprile 2009, metterà in tasca circa 30 euro netti in
più al mese, e nessuna traccia“una tantum” per tutti gli anni in cui il
contratto è mancato. Trenta euro in sei anni, se includiamo anche quello in
corso, coperto dalla prima trance. Per i 515 giornalisti prepensionabili
(secondo indagini dell’Inpgi) non basteranno neppure i 20 milioni di euro
stanziati dal governo per il solo 2009. Anche qui: noi facciamo i conti con i
numeri, quei simboli che indicano le quantità, inventati, pare, dai babilonesi.
Non ci è per nulla chiaro perché tutto questo venga definito “patto
generazionale”.

 

Knowledge workers d’Italia

 

Il senso proprio del nuovo contratto di lavoro dei
giornalisti italiani nella crisi del capitalismo cognitivo è quello di
contribuire a trasformare la nozione di “lavoro intellettuale” e tutti gli
orpelli che erano ad essa collegati nel passato. La produzione materiale e la
produzione linguistica non molto tempo fa apparivano separate sotto forma di
“lavoro manuale” e “lavoro intellettuale”. Oggi si assiste a una nuova
saldatura e connessione, forse foriera di interessanti alleanze future.
Potremmo dire che entrano propriamente a far parte del campo del lavoro
linguistico (comunicazione) strumenti concettuali formatisi altrove come quelli
di appunto di “prodotto” e poi “consumo”, “capitale”, “proprietà”,
“sfruttamento”, “alienazione”.

Nel lavoro cognitivo, man mano che la precarietà si istituzionalizza
e questo processo rinsalda, quasi senza bisogno d’altro, i meccanismi di
trasmissione del comando, la fabbrica cognitiva ha progressivamente introdotto
un crescente grado di prescrittività, basato su forme sempre più sofisticate di
taylorismo digitale e di richiesta di un minor livello di formazione del
personale, che risulta, così, più controllabile. Quel “valore aggiunto delle
idee” e della conoscenza che rappresenta la cifra costituente del capitalismo
cognitivo in grado di ridefinire la teoria del valore stesso non
necessariamente si ottiene, insomma, introducendo meccanismi di cooperazione e
partecipazione ai processi decisionali – che viceversa si accentrano – ma
agitando in sottofondo il fantasma della “fine del tuo lavoro” e rendendo sempre
più frammentate e isolate mansioni cognitive già suddivise e parcellizzate, nel
senso di un ulteriore smantellamento del lavoro vivo.

La comunicazione risulta oggi più che mai essa stessa
produttiva. Ed è, al tempo stesso, essa stessa oggetto di consumo. Cosicché
l’intero ciclo produttivo si manifesta come fatto di comunicazione. A questa
fase di comunicazione-produzione è dedicata la pianificazione dell’incremento
della produzione di comunicazione e del suo controllo, ovvero anche la
necessità di innalzare i tassi di produttività individuale, sui quali spingerà
la precarizzazione del lavoro a tempo indeterminato. Il riconoscimento della
comunicazione come produzione sta alla base di molti progetti e programmi del
capitalismo contemporaneo. La comunicazione si presenta oggi, cioè, come la
struttura portante del sistema attuale di produzione globale. Potremmo dire,
usando parole d’altri: il linguaggio da un lato come lavoro, dall’altro come
mercato. Il nuovo contratto firmato dal sindacato dei giornalisti italiani può
costituirne un piccolo, significativo passaggio: mette in luce il carattere di
lavoro-merce implicito nel lavoro linguistico nella comunicazione-produzione,
all’interno di un processo esecutivo, quantificabile, indifferenziato,
spersonalizzato. Sottolinea il fondamentale aspetto di forza produttiva dei
knowledge workers nella knowledge society, fattore della crescita della
competitività e dell’occupazione, oggi più chiaramente soggetta a coercizione e
sfruttamento.

 

Noi non siamo del Novecento

 

Che cosa se ne fanno i giornalisti, di un contratto
collettivo che riguarda una parte sempre più residuale di loro? Che cosa se ne
fanno di un contratto collettivo di lavoro che rischia, paradossalmente, di
ridurre il potere contrattuale fino a ora esistente e di peggiorare la
condizione lavorativa individuale? L’ultimo sciopero collettivo (dicembre 2006)
aveva obiettivi del tutto diversi. Quali diritti garantisce questo contratto ai
precari complessivi (intra ed extra moenia) della comunicazione-produzione? Che
forme di solidarietà e di rispetto del lavoro istituisce? Quale difesa trova il
lavoro giornalistico, tra le pagine di questo accordo? In che passaggi coglie
l’essenza del capitalismo cognitivo, nell’era di internet e della rete e della
conoscenza, se non nell’interpretazione dell’utilità per l’impresa? Non includere
le conseguenze dell’ingresso nella knowledge society e i suoi riflessi, ovvero
il senso, all’interno del lavoro cognitivo, vanno assumendo concetti come
quelli sopra elencati ( da “prodotto” ad “alienazione”) è un problema grosso
oppure una semplice svista?

La crisi del modello del contratto collettivo di lavoro si
manifesta non solo per l’attacco ad esso perpetrato dal neoliberismo. E’ anche crisi
di intendimenti e di adeguatezza delle strutture sindacali alle sfide della
contemporaneità. E’ palese, nell’esempio del contratto di lavoro dei
giornalisti che stiamo facendo, anche la crisi del lavoro cognitivo e la
possibilità/necessità di infilarsi all’interno di questa crisi per dire qualcosa
di nuovo. Per esempio, che i diritti vanno ancorati alle persone, visto che la
maggioranza delle persone non può contare su un contratto collettivo di lavoro.
Le forme della rappresentanza sindacale tradizionale sono invece inevitabilmente
legate a un mondo novecentesco che è scomparso. E non a caso risultano bloccate
da una gerontocrazia inamovibile e da una coazione a ripetere gli schemi del
passato, i soli conosciuti, i soli ai quali ci si affida. Esse sono del tutto
inadeguate a rispondere ai bisogni del lavoro cognitivo nella presente
knowledge society. Diventa necessario per i giornalisti, per i lavoratori della
conoscenza, inventarsi da capo nuovi meccanismi di rivendicazione dei propri
bisogni e di rappresentazione di sé stessi, agili, moderni, intelligenti e
indipendenti dai condizionamenti imposti dalla logica concertativa. Capaci
anche di agire sul piano più propriamente culturale e comunicativo, che va
ricostruito per intero. Il Manifesto dei lavoratori della conoscenza e la Carta
dei diritti dei lavoratori della conoscenza – alla cui stesura collettiva anche
i giornalisti precari di City of gods hanno partecipato – vanno in questo
senso. Sono un primo passo. Don’t dream it, do it.

 

 

 

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