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Storia di una traduttrice

Terza puntata del nostro appassionante serial registrato tra i redattori precari milanesi. Riassunto delle puntate precedenti: una dopo l’altra due redattrici si sono confessate a City of gods. La prima lavora a scadenza su libri che ama (dice: "li coccolo") eppure è invisibile per tutti quelli che le stanno intorno, la seconda si occupa di una rivista di settore: la coordina, dalla bozza alla stampa, da co.co.co.

Questa volta a raccontarsi è una traduttrice. Come nelle altre narrazioni la cifra di fondo è la precarietà. Che pure non sarebbe tanto male se si traducesse in reale indipendenza…



Descrivi
il tuo lavoro a qualcuno che non lo conosce

Sono
redattrice e traduttrice. Lavoro soprattutto nell’editoria scolastica. Il mio
lavoro funziona così: valuto gli originali degli autori, inizio una redazione
dei testi (controllo contenuti e tenuta strutturale del corso, anche in base
alla concorrenza). Poi commissiono il progetto grafico, e poi iniziano i giri
di bozze.

Tengo i
contatti con gli autori e con i fornitori esterni (ricercatori iconografici,
disegnatori, redattori, correttori di bozze, impaginatori ecc.). Insomma,
coordino a tutti gli effetti l’intero progetto.

Come
traduttrice lavoro soprattutto nella varia.

Descrivi il tuo contratto a qualcuno che
non lo conosce

Il mio è
un contratto a progetto. Significa che sono pagata un tot per portare a termine
un progetto (nel mio caso corsi di lingue per le scuole medie e superiori). Il
mio contratto non prevede la presenza fissa in azienda né un qualsivoglia
rapporto di subordinazione. Non prevede ferie o malattia pagate; di
un’eventuale gravidanza non parliamone neanche. Il datore di lavoro può
recedere in qualsiasi momento dal contratto con un preavviso di 15 giorni, e lo
stesso vale per me.

Come
traduttrice mi fanno contratti per la cessione dei diritti d’autore.


Quanto (e cosa) hai studiato per fare
ciò che fai?

Ho una
laurea in lingue (110 e lode), un master e un dottorato presso il Trinity
College di Dublino e diversi corsi di specializzazione (in redazione e in
traduzione editoriale). Ho lavorato dopo la laurea per due anni come una pazza
per potermi pagare il master – era un lavoro molto redditizio che non si può
fare troppo a lungo perché è sfiancante, ma non ringrazierò mai abbastanza
colore presso i quali lavoravo. Traducevo e sottotitolavo per la televisione e
il cinema. Ho lavorato una media di 12 ore al giorni, sette giorni a settimana.
Per due anni. E poi sono andata a Dublino e ho speso per studiare tutto quello
che avevo guadagnato…

Quante ore lavori al giorno? Lavori
anche il we?

Lavoro
spessissimo nel WE e al giorno lavoro in media 9-10 ore.

Lo "fai" in casa o in ufficio?
Più "normale" in casa o in ufficio?

 
Dipende: le traduzioni le faccio da casa. La redazione, poiché ho un ruolo
di coordinamento (illegale, se si guardano i termini del mio contratto)
richiede la mia presenza in ufficio, ma io cerco di lavorare da casa almeno due
giorni a settimana e per ora ci riesco.

 


Quanto guadagni in un mese?

Adesso
guadagno degnamente, ma per un bel po’ ho guadagnato circa 800 euro al mese.

 

Ora diamo i numeri: quanti, più o meno,
sono nelle tue condizioni,  nella tua realtà? Stessa tipologia di contratto o diversa? Quante  tipologie di contratto?

Ne vedo
di tutti i colori. Dove lavoro io siamo quasi tutti a progetto (10 su 13) – e
tutti con ruoli di responsabilità. Quelli che erano a progetto da troppi anni
sono stati COSTRETTI ad aprire la partita IVA. O lasciati direttamente a casa.

Dove sta il valore del tuo lavoro, per te? Dove sta
il valore del tuo lavoro, per loro?

 
Per me
sta nella grande passione che ci metto. So che non guadagnerò mai tanto, ma non
vorrei mai rinunciare al mio lavoro, o cambiare per guadagnare di più e stare
“più tranquilla”. Loro hanno una persona di esperienza, che conosce l’inglese
come l’italiano, con un buon carattere, che va molto d’accordo con gli autori e
che è sempre disponibile a fare di tutto perché il corso (o il libro) esca. Insomma,
mi prendo a cuore la cosa, sempre. I corsi escono, vanno bene sul mercato, e
loro neanche devono assumermi!!!

Loro
hanno un prestazione di qualità e guadagni a un prezzo che, per l’azienda, è
assolutamente irrisorio.

 

Chi compra un libro tutto questo lo sa?

Certo che
no..

Ti senti fregata? Se sì: chi ti ha
fregata e perché?

No,
personalmente non mi sento fregata (mi ci sono sentita in passato, però). Ho
avuto una proposta di assunzione e l’ho rifiutata perché voglio continuare a
variare più che posso, così imparo molto di più. E mi piace alternare la
traduzione alla redazione. Una cosa, però, sì, mi fa sentire un po’ fregata: i
compensi. So che alle aziende io costo pochissimo, perciò la mia lotta
personale sta nell’essere pagata di più e nel fare in modo che i termini del
contratto siano rispettati. Non voglio essere costretta ad andare in ufficio
tutti i giorni – e non lo faccio, ma ogni volta ho una gran paura di
ritorsioni. Quando mi ritrovo a dover contrattare un compenso ho sempre paura
di non ottenere il lavoro – i miei nemici peggiori, in quel frangente, sono i
colleghi che accettano lavori importanti a prezzi da fame. Trovo che siano dei
gran cazzoni – anche se in un certo senso capisco. Ma così non otterremo mai
niente. Si può contrattare molto spesso. Gli editori ci provano. Ma la verità è
che, se tu gli dici – io valgo di più – molto spesso loro lo apprezzano!!! Ovvio:
bisogna saper valutare, e io spesso sbaglio.

 

Enuncia un sentimento verso l’editore
oppure verso i tuoi capi.

Non ho
rancori particolari per quanto riguarda me stessa – non verso coloro per i
quali lavoro ora. Per quanto riguarda il passato preferisco stendere una
termocoperta pelosa. Trovo però che sia vergognoso che ci siano persone che
lavorano per loro da anni e anni, e che non assumono mai. Trovo vergognoso che
le persone che hanno un contratto a progetto lavorino il doppio degli assunti. E’
una cosa che mi schifa profondamente. Trovo vergognose le minacce – che sono
all’ordine del giorno. Trovo vergognoso che non si sappia mai se il contratto
sarà rinnovato fino all’ultimo giorno. Maledetti puzzoni.

 

Esprimi un desiderio che riguardi il tuo
lavoro

Vorrei
essere trattata a tutti gli effetti come la professionista che sono ed essere
pagata di conseguenza. Voglio
mantenere la mia indipendenza senza per questo dover stare sempre sul chivalà o
essere minacciata e ricattata.


Che cosa stai provando a fare per
combattere questa situazione?

Partecipo
alla rete dei redattori precari: l’unione fa la forza. Parlo con i miei
colleghi e cerco di farli un po’ svegliare. Conduco la mia piccola lotta
personale per i compensi.

Quanti dei tuoi colleghi sono d’accordo
con te?

Tutti.

È difficile far coinvolgere altri
colleghi? Se sì, perché?

È
mooooolto difficile. Hanno paura. Li capisco, le aziende fanno di tutto per non
farti dimenticare neanche un attimo la tua condizione di precarietà – e se tu
miri all’assunzione, allora questo è un vero e proprio ricatto. Davvero,
neanche un attimo. Ti fanno sentire come se tanto uno vale l’altro. Sei
sostituibile in ogni momento. Ma la verità è che non è quasi mai così.

 

La soluzione si potrebbe trovare se…

Basterebbe
che i contratti fossero rispettati, e che le case editrici fossero tenute più
d’occhio da parte dell’ispettorato del lavoro. Invece tutti se ne fregano. I
sindacati fanno ridere i polli, non so neanche perché si chiamano ancora così. Dove
lavoro io il sindacato non si degna neanche di informare quelli che hanno i
contratti a progetto dei loro diritti, di come devono muoversi; i miei colleghi
non sapevano nulla delle stabilizzazioni. Quando ho chiesto alla rappresentante
della RSU di informare i miei colleghi, mi ha detto che tanto lei non può fare
nulla. Eh. Beh. Utile.

Dove
lavoravo prima l’ispettorato avvisava prima di venire a fare i controlli, così
io e gli altri a progetto eravamo costretti a stare a casa quel giorno. Utile
anche questo, no? Oppure, se si era in un momento di chiusure e non si poteva
stare a casa, ci indottrinavano su quello che dovevamo dire. E poi, bellissimo:
dovevamo sgombrare le scrivanie da foto e altre prove del fatto che in verità
eravamo lì tutti i giorni, che eravamo assunti senza essere assunti, che quella
era la “nostra” scrivania. Che avevamo responsabilità e doveri pari agli
assunti, ma non i diritti

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