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Arriva la neoconcertazione

vecchia_giovane.gifContratto nazionale? Roba vecchia 

La
notizia

Nuove regole per il lavoratori dipendenti. Cambia tutta la
contrattazione nazionale ovvero i modi e i tempi in cui si contrattano
diritti, doveri e salari.
Nella sera di venerdì 23 gennaio Cisl, Uil, l’
ex Cisnal e il Governo hanno firmato la riforma del modello
contrattuale, ennesimo passo nel lungo processo di trasformazione del
lavoro dipendente.

I soggetti firmatari hanno obiettivi ambiziosi: si
propongono lo sviluppo economico, l’aumento dell’occupazione, il
miglioramento dei prodotti resi dalle pubbliche amministrazioni e un’
efficiente dinamica retributiva. L’obiettivo è la creazione di un
modello contrattuale unico per imprese private e pubbliche. I 19 punti
nei quali si snoda il documento presentano significative novità. 

Il
testo dell’accordo
 

La prima è il prolungamento di un anno della parte
economica e normativa del contratto; gli aumenti di salario che fino ad
oggi dovevano essere biennali diventano triennali.
A determinare l’
adeguamento dei salari al costo della vita non sarà più un ente
pubblico come l’Istat ma un soggetto terzo di cui il documento non
specifica né la composizione né la natura.
Il calcolo degli
adeguamenti dei salari al costo della vita che fino ad oggi era l’
indice dei prezzi al consumo diventa l’Ipca, l’indice dei prezzi al
consumo armonizzato in ambito europeo, depurato dalla dinamica dei
prezzi energetici importati. Un indice che si legge nel testo : "Sarà
applicato a un valore retributivo individuato da specifiche intese" che
però non vengono definite. A controllare
gli scostamenti tra gli
aumenti dei prezzi e gli aumenti contrattuali, uno dei più evidenti
problemi del sistema attualmente vigente, sarà una ‘sede paritetica a
livello interconfederale’. Una struttura che con tutta probabilità,
visto che l’intesa non specifica la sua composizione, sarà formata da
dirigenti sindacali scelti ad hoc. L’accordo prevede che enti
bilaterali, formati da imprese e sindacati, possano gestire nuove forme
di sussidi, formazione, e servizi integrativi di welfare. 

Il
"livello interconfederale"
 

L’accordo definisce i contorni di un sistema
di controlli che, come previsto dal sistema di regole valide in
precedenza, dovrebbero rendere automatici gli aumenti salariali alla
scadenza del contratto. Nei casi in cui non si riesca a raggiungere un
accordo tra sindacati di categoria, ad esempio i sindacati del
commercio, e datori di lavoro, è previsto l’intervento del ‘livello
interconfederale’. Il secondo livello di contrattazione, oggi applicato
a una minoranza di aziende, viene favorito e se ne auspica la
incentivazione, nell’ambito della riduzione dei contributi e delle
tasse che gravano sulla busta paga. 

Il superamento del contratto
nazionale
 

Ma il punto più attuale, quello che sembra essere scritto
appositamente per la situazione economica odierna è quello che
prevede:" Per consentire il raggiungimento di specifiche intese per
governare nell’azienda e nel territorio situazioni di crisi o per
favorire lo sviluppo economico, le intese potranno definire procedure
per modificare in tutto o in parte singoli istituti economici o
normativi dei contratti collettivi nazionali". Tradotto dal burocratese
all’italiano significa che il contratto nazionale potrà essere
scavalcato sia in una azienda che in un’area produttiva. Retribuzioni e
norme non saranno più uguali da Siracusa a Trento ma potranno variare,
facendo saltare il significato stesso di Contrattazione nazionale.
Per
valutare la rappresentatività dei vari sindacati viene prevista la
certificazione dei dati da parte dell’I.n.p.s., inoltre "le nuove
regole possono determinare per la contrattazione di secondo livello
negli enti pubblici, l’insieme di sindacati che rappresentano la
maggioranza che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua
sindacale predefinita". Nella pratica si impedisce ai sindacati di
base, particolarmente forti nel comparto pubblico, di proclamare
scioperi per ottenere miglioramenti contrattuali nei rispettivi enti.

Da dove viene la controriforma 

L’ultima volta che furono cambiate le
regole del lavoro era il 1993, l’accordo venne chiamato Concertazione.
Gli effetti di quell’intesa, curiosamente sottoscritta durante le
inchieste giudiziarie di Mani Pulite, e favorita da un clima politico
che spingeva all’elezione di governi cosiddetti tecnici, furono
determinanti. Se da una parte esponenti politici, in primis Dini e
Ciampi, e sindacali oltre a tutto il gotha dell’economia italiana,
giudicarono storica quell’intesa, positiva per il contenimento della
spesa e per il rilancio dell’economia, dall’altra i lavoratori italiani
videro anno dopo anno allontanarsi aumenti contrattuali degni di questo
nome. L’automaticità degli aumenti, sancita per legge, è stata vera
solo sulla carta. L’80% degli aumenti contrattuali avvenuti dopo il
1993 ha superato di gran lunga i due anni di scadenza, con la perdita
consistente di soldi da parte dei lavoratori solo in parte recuperati
da una tantum e vacanze contrattuali, istituti che ricordiamo non
incidono sulle quote di salario utili al calcolo di pensione e TFR. Gli
esempi più eclatanti sono i 3 anni di scadenza del Contratto della
sanità privata e i 5 anni di scadenza di quello dei giornalisti, i 18
mesi per il Commercio, dove attualmente vige un contratto separato non
firmato dalla Cgil, la scuola, i metalmeccanici. In molti altri
comparti non si contano nemmeno più i mesi di ritardo nella
corresponsione di aumenti che, in cambio di una sorta di ‘tregua
sindacale’, dovevano essere automatici.

 

Salari e dipendenti nel
baratro

 

L’unico automatismo certo per i lavoratori dipendenti, invece,
soprattutto dopo l’introduzione dell’euro del 2001, è stato l’
impoverimento generalizzato. I salari sono stati pesantemente decurtati
mentre l’indice dei prezzi dell’Istat risultava sempre meno credibile.
Il risultato delle riforme che si sono succedute dal 1993 ad oggi e che
comprendono le leggi che hanno legalizzato il lavoro temporaneo, come
il pacchetto Treu del 1996, la Legge Bassanini e la Legge Biagi, sono
sotto gli occhi di ogni cittadino. Un percorso segnato dalla diffusione
dell’insicurezza del e sul lavoro, e insanguinato dalle morti di
centinaia di lavoratori sottoposti al ricatto della scadenza di
contratto, costretti a ritmi esasperati, con l’incubo costante della
perdita dell’agognato permesso di soggiorno. 

Il ritorno agli anni
Cinquanta
 

Spacciate dai media come riforme innovative sono in realtà un
tuffo all’indietro nella storia dei lavoratori italiani. Misure votate
anche da governi sedicenti progressisti, come il primo esecutivo Prodi
del 1996, che hanno ricreato quel clima di paura che regnava tra i
lavoratori nei primi anni Cinquanta. Con due pesanti aggravanti
odierne. L’inesistenza di organizzazioni sindacali e politiche in grado
di opporsi al liberismo industriale. La mancanza di quello spirito di
‘ricostruzione’ capace di fare da collante sociale nel processo di
sviluppo economico. Un’atmosfera cruda testimoniata da decine di
interviste, da documenti e scritti clandestini che potete trovare negli
anfratti dell’archivio di Primo Moroni, non a caso chiuso con un blitz
del Ministero degli Interni. Lì è possibile trovare gli echi di quelle
vite lavorative passate tra cottimo, lavoro nero, caporalato e dalla
diffusa pratica del mancato pagamento dei contributi I.n.p.s. Una
situazione di forte repressione che venne superata solo grazie alla
determinazione di intere generazioni di lavoratori, con centinaia di
ore di scioperi improvvisi, di picchetti volanti, di manifestazioni non
autorizzate dai vertici sindacali.

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