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Posizioni sulla manifestazione del 20 ottobre 2007

Rassegna stampa dal Corriere della Sera
e dal Manifesto settembre 2007

COSA FA LA COSA ROSSA PER COSARE IL
GOVERNO A DIRE QUALCOSA DI SINISTRA

CICLO DI INTERVISTE DEL MANIFESTO E DEL
CORRIERE

  1. Giannini (Partito della
    rifondazione comunista) 9/9/07 MANIFESTO

  2. Cento (Verdi) 11/9/07 MANIFESTO

  3. Niccolosi (CGIL lavoro e società)
    12/9/07 MANIFESTO

  4. Marco Revelli 13/9/07 MANIFESTO

  5. Alleva (Giuslavorista) 14/9/07
    MANIFESTO

  6. Rinaldini (FIOM)15/9/07 MANIFESTO

  7. Cremaschi (FIOM) 9/9/07 CORRIERE

  8. Giulietto Chiesa MANIFESTO

  9. Mussi (SINISTRA DEMOCRATICA)
    CORRIERE


Giannini
(Prc): sì al corteo del 20, no alla federazione della
sinistra

«Dobbiamo
mobilitarci per salvare il governo Prodi, ma sono contrario a una
cessione di sovranità che prepara il nuovo partito
socialdemocratico»

Matteo Bartocci

«Il corteo
del 20 ottobre è fondamentale. Deve essere una manifestazione
imponente e di popolo. Abbiamo aderito all’iniziativa e ci saremo. Un
autunno di lotta è l’unica possibilità di cambiare le
cose a partire dal pessimo accordo di luglio». Fosco Giannini è
senatore di Rifondazione comunista e dirige l’Ernesto, la rivista di
una delle minoranze del Prc.
Secondo
te è un corteo contro il governo?

Al
contrario, dobbiamo mobilitarci proprio per «salvare» il
governo Prodi: se vuole durare deve cambiare. Mi pare però
surreale dire che si fa ma non è sul governo. L’accordo del 23
luglio non l’ha scritto E.T. ma il governo Prodi. E quell’accordo va
cambiato. Chi è contrario alla manifestazione dimentica un
testo antioperaio, che santifica la legge 30 e detassa gli
straordinari aumentando le ore di lavoro e facendo un altro regalo al
padronato. Di pensioni già non si parla più, come se
fosse un boccone amaro già digerito andare in pensione a 62
anni.
Vedi un rischio 9
giugno? Piazza vuota e divisioni a sinistra?

La
manifestazione riuscirà se avrà parole d’ordine chiare.
Bisogna ricordare al governo che le persone che andranno in piazza
non sono nemici, sono persone che lo hanno votato e che vogliono
essere ascoltate.
E se
non vi ascolteranno?

Non è inverosimile una
risposta forte, come il ritiro dei ministri della sinistra, o almeno
di Rifondazione comunista, dal governo, e il passaggio all’appoggio
esterno. I comunisti non possono essere complici di una politica di
questo tipo.
A chi
parla del possibile ritorno delle destre cosa rispondi?

Anche
noi vogliamo evitarlo. Ma una politica così rovinosa prepara
un disincanto di massa, che porterà a una stangata elettorale
e alla vittoria strategica e di lungo periodo della destra. Già
si vede come le idee della destra siano vincenti dentro il Partito
democratico. Pensare di fare un partito dell’ordine è una
vergogna. Come si fa a prendersela con i lavavetri, gli ultimi della
terra? Faccio un esempio. Sono stato in Calabria a difendere un
operaio ferito a colpi di mitra dalla mafia. Cinque mesi di ospedale
e quando torna in fabbrica l’azienda lo licenzia perché non
può più lavorare come prima. Ma che paese è?
L’anno
prossimo c’è il congresso del Prc. Vedi anche tu lo «spirito
unitario» evocato da Claudio Grassi nei giorni scorsi?

Sono
rimasto veramente sbalordito dal fatto che Grassi abbia sposato
l’idea della federazione della sinistra. Fin quando eravamo assieme
la federazione era inaccettabile. Una cessione di sovranità
politica, economica, culturale e organizzativa che prepara il nuovo
partito socialdemocratico. Una cosa è l’unità a
sinistra sulle lotte, come sull’articolo 18, un’altra il rilancio
dell’autonomia comunista. Rifondazione comunista si chiama così
per questo. Non siamo riusciti a farlo in piena autonomia figuriamoci
nella federazione. Un partito comunista è necessario per la
società. Si parla già di liste comuni per l’anno
prossimo. Che vuol dire? Che abbandoniamo il simbolo? Noi siamo
contrari.
Al congresso
presenterete una vostra mozione?

Del congresso
ancora si sa poco. Chiedo però che nessuno debba nascondersi.
Chi è per la «cosa rossa» lo dica chiaramente, chi
vuole solo governare non faccia infingimenti. Noi siamo contrari.

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«Per la
sinistra è l’ultima chiamata»

Paolo Cento
(Verdi): «Da agosto a oggi le ragioni a favore del 20 ottobre
sono aumentate. Cgil? Dubbi incomprensibili»

Matteo Bartocci

«L’appello
dei direttori dei giornali risponde a una domanda di unità. Mi
pare che da agosto a oggi le ragioni a favore di una mobilitazione
plurale sono addirittura aumentate». Paolo Cento (Verdi)
ribadisce il suo punto di vista: «A ottobre o si vota alle
primarie del Pd o si scende in piazza con la sinistra il 20. Credo
che nel prossimo incontro dei promotori con le forze politiche,
associative e sindacali che intendono partecipare si possa già
discutere sulle forme dell’iniziativa. Si può ragionare se è
utile fare un concerto finale e indire un appuntamento più
assembleare successivamente. A nostro avviso si possono anche
studiare delle «primarie» sui punti sul programma che
vanno rilanciati, perché sarebbe una cosa visibilmente diversa
dalle primarie sulla leadership del Pd che si terranno poco prima.

Sono dunque superate le
divisioni sull’accordo del welfare?

Com’è
noto, su quell’accordo ci sono state valutazioni anche diverse tra i
partiti della sinistra. Mi sembra però che i quattro ministri
abbiano ora deciso di portare avanti una linea comune in parlamento e
nel confronto con il resto del governo. La manifestazione del 20
ottobre è certamente per cambiare quell’accordo ma solleva
anche altre questioni altrettanto importanti.
Restano
intatti, però, i dubbi dei sindacati. Compresa la Cgil.

Sono
io che non capisco perché un sindacato come la Cgil giudichi
«incomprensibile» quella manifestazione. La piattaforma è
lineare e aperta al contributo di tutti. E poi su aspetti centrali
come il precariato, la pace e i diritti civili, la Cgil ha avuto da
sempre posizioni chiarissime e per nulla in contrasto con l’appello
dei promotori.
La
manifestazione del 20 non rischia di entrare in conflitto con il
risultato del referendum indetto tra i lavoratori?

L’autonomia
del sindacato è sacrosanta e nessuno, almeno a sinistra, la
mette in discussione. La consultazione dei lavoratori è una
grande prova democratica e tutte le forze politiche devono
rispettarla qualunque sia l’esito. Il 10 ottobre ci sarà un
risultato importante per la democrazia, potrà essere
interpretato in alcuni suoi aspetti, come il voto nelle fabbriche del
Nord, etc., ma è un verdetto che nel suo insieme va
esclusivamente rispettato.
A
che punto è la federazione della sinistra?

E’
chiaro che il corteo ha anche un grande significato politico e non
solo programmatico. Chi crede in una sinistra unita deve sapere che
questa è l’ultima chiamata. Se la manifestazione andrà
bene, la sinistra progressista dovrà darsi da subito
un’organizzazione.
Hai
la delega da sottosegretario all’Economia. Sarai in piazza il 20
ottobre?

Come ministri e sottosegretari decideremo
tutti insieme la cosa più utile per la riuscita della
manifestazione. I «diktat» non hanno senso. La vera
«conta» in piazza, per gli appassionati del genere, non è
dei ministri ma del popolo della sinistra.

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«Il 20
ottobre saremo in tanti» No all’accordo di Lavoro e società

Nicola Nicolosi,
coordinatore nazionale dell’area programmatica della Cgil, giudica
pretestuose le accuse alla manifestazione e chiede coerenza al suo
sindacato. La consultazione sul protocollo su pensioni e precarietà
è positiva ma il diritto al dissenso dev’essere garantito a
tutti. Le strane coincidenze con il Veltroni day

lo. c.

Roma

«Non so se la coincidenza tra il risultato della consultazione
sindacale sul protocollo governativo firmato dalle confederazioni e
le primarie del Partito democratico sia casuale o voluta. Io avrei
preferito una settimana in più per le assemblee con i
lavoratori, mentre così può sorgere il sospetto che ai
tot milioni di voti presi da Veltroni si vogliano portare in dote
quattro milioni di voti sindacali». Nicola Nicolosi,
coordinatore nazionale dell’area programmatica della Cgil Lavoro e
società, non nasconde il dubbio che la coincidenza delle date
– i risultati della consultazione saranno noti due giorni prima del
Veltroni Day – sia funzionale a un progetto politico. Se così
fosse, l’autonomia del sindacato resterebbe una rivendicazione
astratta, statutaria. Non una pratica politica.
Lavoro
e società ha detto no al protocollo su pensioni e welfare.
Come parteciperete alla «consultazione con voto certificato e
segreto» indetta da Cgil, Cisl e Uil?

Intanto
va detto che la consultazione è una conquista democratica, non
era scontato che ci si arrivasse. Per la prima volta dal referendum
del ’95 sulla riforma Dini si chiede con le assemblee e il voto ai
lavoratori, ai pensionati e ai precari un mandato finale alle
confederazioni. E’ importante stabilire come si gestisce questo
grande spazio di democrazia: per noi è inammissibile che la
consultazione sia trasformata in plebiscito, per questo escludiamo
qualsiasi regola limitativa della libera espressione. Come Lavoro e
società ribadiremo in ogni sede la nostra contrarietà
al protocollo.
Ma le
regole prevedono che in ogni assemblea ci sarà un solo
relatore che, a prescindere dalle sue convinzioni, dovrà
sostenere la posizione di Cgil, Cisl e Uil. Quindi tu, chi la pensa
come te o come la Fiom, dovrà sdoppiarsi. Mi aiuti a spiegare
questa «regola democratica» ai lettori del
«manifesto»?

Tra illustrare e
sostenere un protocollo c’è una differenza. Come Lavoro e
società illustreremo con precisione il documento e le ragioni
che hanno convinto le confederazioni a firmarlo, ma restiamo liberi
di esprimere il nostro giudizio motivando le ragioni che ci portano a
votare contro. Sia chiaro: non devono esserci discriminazioni ai
danni delle posizioni critiche. Se non dovessero mandarci a tenere le
assemblee non potremmo che far vivere in tutte le assemblee le
ragioni del nostro no. Mi sembra che un ragionamento analogo sia
stato fatto da Gianni Rinaldini al comitato centrale della Fiom. E’
una novità rilevante che la categoria industriale più
importante della Cgil abbia deciso di non approvare il protocollo.
In
Lavoro e società si è alzata qualche voce critica sul
no all’accordo e sulla partecipazione alla manifestazione del 20
ottobre. I dubbi riguardano un quadro importante come Paola Agnello
Modica che dovrebbe rappresentarvi dentro la segreteria nazionale
della Cgil.

Sul protocollo non ci sono differenze
di giudizio tra di noi, sia pure con le normali articolazioni e
sensibilità di ciascuno. Quell’accordo è negativo tanto
sul versante del welfare e della precarietà quanto sulle
pensioni future. Diversi comportamenti individuali lasciano il tempo
che trovano. Paola Agnello Modica è in segreteria perché
Lavoro e società l’ha ripresentata e ha concordato la sua
conferma fino a fine mandato che va a scadenza quest’anno. Agnello
Modica ha un incarico, ma il coordinatore nazionale dell’area
programmatica sono io.
Qual
è l’impegno che Lavoro e società metterà nella
preparazione della manifestazione del 20 ottobre, e come valuti le
polemiche ferragostane che ne hanno accompagnato il lancio?

Quelle
critiche immotivate quindi sbagliate hanno rafforzato la nostra
convinzione e la verifica della necessità di un grande
appuntamento sociale viene dai posti di lavoro. I compagni ci
chiedono un impegno straordinario per la sua riuscita. Molte
politiche del governo sono in contrasto con lo stesso programma
dell’Unione e noi si chiede il rispetto delle promesse fatte agli
elettori, tutto il sindacato dovrebbe esserci. L’appello dei
promotori, del manifesto, Liberazione e Carta è chiaro, è
un’opportunità per tutti gli attori sociali e politici che
chiedono a questo esecutivo di fare di più, e meglio. Sulla
precarietà, il lavoro, i diritti, la pace. Non c’è
alcuna intenzione di far cadere il governo o attaccare la Cgil, sono
accuse strumentali. Nei contenuti, chiederei a tutta la Cgil di
essere coerente con il suo mandato congressuale.
Hai
il sospetto che dietro le dure critiche della segreteria della Cgil
alla manifestazione ci sia un venir meno della sua autonomia dalla
politica?

Non nei confronti di questa o quella
forza politica. Vedo piuttosto un farsi carico – nel senso di
caricarsi sulle spalle – della debolezza del governo Prodi. Perciò
è ancor più importante salvaguardare l’autonomia della
Cgil, anche per evitare che il conflitto sociale, invece di essere
assunto come valore, venga espulso. Dal canto nostro, la
manifestazione deve mantenere la sua autonomia dai partiti: i
protagonisti devono restare i soggetti sociali e la società
civile.
Sei ottimista o
preoccupato sulla partecipazione di massa al 20 ottobre?

Noi
terremo insieme le assemblee nei posti di lavoro, la battaglia per il
no al referendum e la partecipazione alla manifestazione. Non abbiamo
il potere organizzativo per far vincere il no, ma questa
consapevolezza è generale ed è un ulteriore stimolo a
fare del 20 ottobre un’occasione straordinaria. Direi storica.

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Marco
Revelli: «Si rischia la fine della sinistra politica»

Parla il sociologo
torinese, uno dei promotori della manifestazione del 20 ottobre: «E’
una politica cannibale quella che porta ogni dissenso nell’imbuto di
palazzo Chigi. Ridurre qualsiasi lotta a ‘governo su-governo giù’
è un’aberrazione. Bisogna costruire un ponte tra le persone, i
movimenti e la politica»

Pierluigi Sullo *

Marco Revelli è uno dei
firmatari dell’appello pubblicato all’inizio di agosto dal manifesto,
da Liberazione e da Carta. (…)
Allora,
Marco, che cosa non ti convince dell’appuntamento del 20
ottobre?

Soprattutto la cannibalizzazione che ne è
stata fatta. Il sequestro del dibattito su come farlo, e sul suo
significato «istituzionale»: un dibattito che è
stato davvero risucchiato in alto dentro – il termine è
sgradevole – il «ceto». I segretari di partito – chi più
chi meno – trattano il 20 ottobre come fosse un giocattolino nelle
loro mani o, nella migliore delle ipotesi, una risorsa da spendersi
sul tavolo di governo. Qualche decina di migliaia di persone da far
pesare in una trattativa tutta interna alla logica dei partiti. È
l’esatto opposto di quel che immaginavo avrebbe dovuto essere questa
manifestazione: una breccia nel cerchio chiuso degli addetti ai
lavori e una presa di parola libera.
(…) Sono convinto – e lo
stesso andamento della discussione di questi ultimi giorni lo
dimostra – che quello a cui stiamo assistendo non è una
patologia transitoria. E’ qualcosa di ben più profondo,
sostanziale e drammatico. Penso cioè che quello che ci passa
davanti agli occhi sia in effetti, per dirla brutalmente, la fine
della sinistra politica. Il punto terminale di una lunga deriva,
conclusasi con uno strappo devastante. L’Italia è per certi
versi un laboratorio.
Parli
dei lavavetri e dei cosiddetti «sindaci sceriffi»?

Non
voglio enfatizzare l’attualità. Ma credo che debba essere
letta in tutto il suo significato «strategico», la guerra
contro i poveri che è stata aperta in occasione della
costruzione del partito democratico. Perché, non
nascondiamocelo, le due cose sono strettamente legate: nella
disperata ricerca di un’identità che non esiste, che è
introvabile, non hanno trovato di meglio che scegliere l’esibizione
muscolare verso gli ultimi, e di cavalcare l’ondata di discredito da
cui la classe politica è investita blandendo i peggiori
sentimenti della «gente» così come loro se la
immaginano.
Ebbene, questo non è un passaggio tattico. E’,
al contrario, un intervento diretto sul Dna di una sinistra che certo
si è avviata da tempo su questo piano inclinato, ma che
raggiunge oggi il proprio punto terminale.
Penso a Giuliano Amato
che, forte dell’esperienza altamente «morale» di braccio
destro di Bettino Craxi nel peggior periodo del partito socialista,
apre il fuoco contro gli avvocati ottocenteschi che difendevano i
pezzenti, nel dibattito seguito alla sua oscena intervista a
Repubblica, e così liquida un pezzo originario del patrimonio
genetico del socialismo italiano. Mica di quello rivoluzionario, o
massimalista. Mica Gramsci o Serrati. Del socialismo prampoliniano,
dell’umanesimo socialista che s’intrecciava con il cattolicesimo
sociale nel ridefinire un’antropologia alternativa agli istinti
animali del nascente capitalismo.
(…) Il motto scritto sulle
bandiere del partito democratico è «crescita e
sicurezza», e le due cose si tengono perfettamente, perché
per assicurare la crescita ci vuole un certo clima sociale. Ma se c’è
questa situazione così drammatica, dove si costruisce
l’argine?
Abbiamo due possibilità, non necessariamente
coincidenti: una è ricostruire una sinistra sufficiente a
resistere a questa deriva all’interno stesso del sistema politico. Ed
è la cosa su cui martellano tutti i giorni Rifondazione
comunista, in parte anche Sinistra democratica, il Pdci…
L’altra
è rintracciare le tracce di un nuovo umanesimo nelle lotte
comunitarie o sociali. (…) In teoria, l’una e l’altra cosa
potrebbero concretizzarsi in una occasione come la manifestazione del
20 ottobre.
L’emergere di una diversa antropologia di quella che
un tempo si chiamava la sinistra – un’antropologia stravolta dal
cinismo che nasce dall’assolutizzazione del reale qual è – ha
un fattore immediato di accelerazione nella costruzione del partito
democratico, e di questo avevamo discusso a lungo su Carta.
Il Pd
nasce come una ruspa che deve spianare il terreno alla cultura e
all’antropologia che assolutizzano la realtà e ne fanno un
dogma. Ma poi c’è una causa più generale, una radice
più profonda: ed è la crisi del meccanismo della
rappresentanza. (…) La democrazia è sicuramente la più
desiderabile forma di governo, ma deve funzionare, e il principio di
rappresentanza è uno dei pilastri della democrazia.
Se
s’incrina quello, lo stesso meccanismo democratico comincia a
funzionare al contrario e produce oligarchie anziché gioco
democratico. È il meccanismo della rappresentanza, quello che
oggi è saltato, ed è saltato per ragioni complessive
che non possiamo risolvere con un’impennata di volontà,
rialzando con orgoglio le bandiere di questo o quel partito e di
questo o quel gruppo. La globalizzazione, in primo luogo, ha fatto sì
che i processi decisionali muovano orizzontalmente all’interno dei
gruppi di comando transnazionali, e che contrastino direttamente con
il rapporto verticale di rappresentanza: in questo modo tagliano
fuori i territori. Non per niente oggi la resistenza dei territori
sta diventando così politicamente importante: perché
cerca di rompere questo meccanismo o costruire un’alternativa alle
devastazioni che questo processo sta determinando.
(…)
Ricordiamo tutti il caso di Vicenza, a febbraio: si scarica sui No
Dal Molin, o sui manifestanti contro la guerra in Afghanistan la
responsabilità di far cadere o no il governo, di sconvolgere
il quadro politico, di far tornare o meno Berlusconi, ciò che
è un’aberrazione. Lo stesso per il 20 ottobre. Se tutto
continua a finire nel fondo dell’imbuto che porta a palazzo Chigi, se
la questione rimane solo «governo su o governo giù»…
se i segretari dei partiti della sinistra radicale continuano a
considerare la manifestazione cosa loro, la distruggono, la bruciano.

La politica, se non è consapevole delle minacce che
comporta, brucia il sociale. Lo usa come una variabile subalterna a
se stessa, e il rischio è che il 20 ottobre si ritrovino solo
i pullman di Rifondazione, dei Comunisti italiani e di qualche verde,
in piazza, e basta. E sarebbe una tragedia.
(…) La
manifestazione del 20 ottobre scommetteva sulla possibilità di
creare un ponte, di creare consapevolezza nel ceto politico sulla
propria fragilità e necessaria umiltà e
contemporaneamente su quella di dare la possibilità ai
movimenti di incontrarsi… Se poi questo incontro può anche
favorire una, temo improbabile, dinamica aggregativa tra le diverse
frazioni politiche che si muovono alla sinistra del Pd nell’ area
della cosiddetta «cosa rossa», che ne aumenti la massa
critica e la possibilità di voce e di ascolto di una sinistra
non subalterna, capace di fare argine al cupio dissolvi e di
rallentare quantomeno la deriva autodissolutoria della sinistra
politica, la cosa non può che farmi piacere.
* Estratti di
un’intervista pubblicata da oggi su Carta.

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Alleva: «Il
20 in piazza per cambiare il Protocollo»

Intervista al
giuslavorista. «L’intesa su Welfare e lavoro non combatte la
precarietà. Serve una battaglia sui nostri contenuti originari
per cambiare quell’accordo. In piazza e in Parlamento»

Antonio Sciotto

«Il 20
ottobre sarà certamente una manifestazione contro il
Protocollo sul welfare, ma io mi auguro che non sia un corteo solo
‘contro’. Ma questo dipenderà da tutte e due le parti, e in
special modo dal governo. L’esecutivo deve comprendere che bisogna
onorare il programma elettorale, e il Protocollo di certo non lo fa.
Dall’altro lato, il testo deve essere ancora tradotto in legge,
dunque si possono trasformare in norme positive alcuni suoi contenuti
espressi in forma ambigua, generica, che altrimenti potrebbero
addirittura peggiorare». Piergiovanni Alleva, direttore della
Rivista giuridica del lavoro, è autore della proposta di legge
«Per il superamento della precarietà» firmata da
oltre cento parlamentari della sinistra, ma ha anche contribuito ad
elaborare le proposte di legge Cgil sottoscritte nel 2002 da oltre 5
milioni di persone, poi confluite nelle tesi approvate all’ultimo
congresso di Rimini, quello del marzo 2006.
Perché il
Protocollo non onorerebbe il programma dell’Unione?
Il fatto è
che quel testo affronta tutto in superficie: non corrisponde alle
aspettative dei lavoratori, ma neanche alla dialettica politica
dell’ultimo anno. Tutti pensavano che la riforma del lavoro si
sarebbe fatta mettendo a confronto la Carta dei diritti dell’Ulivo,
prima firmataria Elena Cordoni, e la proposta «Per il
superamento della precarietà» sottoscritta dalla
sinistra. Due testi che rappresentano le diverse anime della
coalizione, certamente nessuno dei due riducibile all’altro, ma si
sarebbero dovute cercare delle convergenze. Questo confronto non c’è
mai stato, e adesso anche la stessa Carta dell’Ulivo sembra sparita
dal tavolo: quello che è rimasto è il Protocollo del
governo, che, ripeto, affronta tutto in superficie e non dà
risposta alle aspettative. Allora il 20 ottobre giustamente verrà
espressa nelle piazze questa delusione, ma io credo che alcune
aperture già presenti nel Protocollo si debbano chiarire nella
elaborazione del testo di legge, per creare norme positive.
Vogliamo
fare qualche esempio?
Diciamo subito che per quanto si stiri il
Protocollo certo non si potrà ottenere la cancellazione della
legge 30, foriera del lavoro «usa e getta», e che a noi
non piace. Ma il fatto è che oggi si è andati già
ben oltre la cosiddetta «Biagi», almeno come la intendeva
lo stesso giuslavorista. Credo che oggi si possano correggere alcuni
abusi affermatisi in seguito, soprattutto con il decreto 276, che il
governo Berlusconi ha elaborato quando Marco Biagi era già
morto. Facciamo l’esempio dei parasubordinati: nella filosofia di
Biagi, il lavoro a progetto (cocoprò) avrebbe dovuto
sostituire le collaborazioni coordinate e continuative (cococò),
configurando una reale autonomia, con l’obbligazione di un risultato.
Al contrario, il cocoprò è stato stiracchiato fino a
ricalcare i vecchi cococò, tanto che rimane utilizzabile per
una commessa al supermercato, che è invece una funzione
tipicamente subordinata. Già attualmente, dunque, 9 cocoprò
su 10 sono illegittimi, e lo stesso Protocollo ammette il problema,
quando si impegna ad aumentare i controlli per smascherare le false
collaborazioni. E’ chiaro che più in generale noi siamo per il
superamento del cocoprò, per ricondurre il lavoro
economicamente dipendente sotto un unico tipo, con garanzie certe e
forti, mentre l’Ulivo propone di mantenere le differenze tra
subordinati e parasubordinati e offre tutele «a gradazione»,
diluendo le garanzie per estenderle. Ma fino a che non si sarà
venuti a capo di questa «diatriba», delineando il
«contratto del terzo millennio», bisogna almeno porre
correttivi agli abusi: velocizzando i processi del lavoro, aumentando
i controlli, cambiando alcuni punti del decreto 276, che hanno
permesso le interpretazioni «gattopardesche» del
cocoprò.
Un altro nodo del contendere sono i contratti a
termine.
Il grande scandalo, certamente, è la possibilità
di deroga al rinnovo dopo i 36 mesi, davanti alla Direzione
provinciale del lavoro: è ovvio che deve essere eliminata e ho
fiducia che lo sarà. Ma sottolineo anche una cosa: prima di
arrivare ai 36 mesi un lavoratore ci può mettere anche 6 o 9
anni, facendo contratti di 6 mesi o di 4 ogni anno. Allora stiamo
attenti a non crocifiggerci solo sul rinnovo dopo i 36 mesi, stiamo
attenti a quello che accade prima. Io dico che va assicurato un reale
diritto di precedenza: il Protocollo per ora lo garantisce solo per
le assunzioni a termine e per «le stesse mansioni». Così
rischia di diventare una «burletta»: al contrario va
esteso anche alle assunzioni a tempo indeterminato e va assicurato il
diritto per «uno stesso profilo professionale». In questo
modo il lavoratore ha reali chances anche prima dei 36 mesi. Poi è
necessario ristabilire delle causali: l’impresa deve dimostrare
l’esigenza temporanea e collegare la durata alla mansione specifica.
In più voglio dire del part time: il Protocollo dice che non
può essere diverso da quello del lavoro pubblico, ma lì
c’è un pieno diritto alla trasformazione e al ritorno al tempo
pieno; sarà assicurato dunque anche nel privato?
Il
programma dell’Unione parlava pure di abolizione dello staff
leasing.
E infatti speriamo che sia davvero eliminato, anche per
la sua carica simbolica, analoga a quella del lavoro a chiamata. Ma
più che un tavolo sullo staff leasing, come propone il
Protocollo, mi sembra necessario farne uno sul lavoro interinale,
oggi completamente liberalizzato e che invece va regolato e limitato.
Anche qui, stiamo attenti: non diamo nuove norme solo ai contratti a
termine perché poi si trova la scappatoia nel lavoro
somministrato. Un esempio: oggi che c’è aria di sanatoria per
i tempi determinati, molti comuni si stanno buttando sugli
interinali. Il Protocollo, inoltre, non dà regole chiare sugli
appalti: va definito quando è legittimo farli, e vanno
eliminati i rischi di appalti di mera manodopera, come accade con le
cooperative spurie.
Il Protocollo riforma anche gli ammortizzatori
sociali.
Sì, ed è certo positivo che essi vengano
estesi al di là del cerchio del lavoro industriale. Ma io
credo che siano ancora impostati troppo sul piano risarcitorio, come
indennità di disoccupazione quando il lavoro si è già
perso, mentre dovrebbe essere rafforzato il lato «preventivo».
Mi spiego: io fornirei a ogni lavoratore una «dote» di
ammortizzatori che però abbiano il fine primario di conservare
il posto, dunque attivando strumenti come la cassa integrazione o i
contratti di solidarietà, e solo in ultima istanza la
disoccupazione. Questo perché altrimenti si deresponsabilizza
l’impresa e si diffonde quella cultura della «flexsecurity»,
della tutela nel mercato anziché sul posto di lavoro che è
poi la premessa per riformare le norme sul licenziamento. Come dire:
con indennità di disoccupazione più ricche
liberalizziamo il licenziamento. Una tesi presente anche in settori
del centrosinistra, e che non mi vede per nulla d’accordo.

 

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«Le
nostre ragioni contro la precarietà»

Intervista a
Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, dopo lo «strappo»
con la segreteria della Cgil sul protocollo del 23 luglio.
«L’unanimismo non corrisponderebbe alla situazione reale tra i
lavoratori. Ma né io né la Fiom chiediamo la crisi di
governo, è chiaro? Io mi esprimo su un accordo sindacale»

Loris Campetti

Gianni Rinaldini il reprobo, il dirigente sindacale che «rompe
tutto», fa traballare il governo «amico», spacca la
sinistra, scatena il mondo dei media e riceve dalla Cgil e dalle
altre confederazioni una sorta di scomunica. Ecco come è stato
presentato il segretario generale della Fiom, il maggior sindacato
industriale italiano, dopo il voto del comitato centrale che a
stragrande maggioranza non ha approvato l’accordo. Non potevamo non
ascoltare il suo punto di vista, consentendogli di rispondere a tante
e così gravi accuse.
Rinaldini,
avete provocato un bel casino con il vostro voto, caricato di valenze
politiche, sindacali, morali persino. Come hai accolto queste
reazioni?

Come reazioni impressionanti e
spropositate. Se la Fiom avesse votato – come è capitato in
passato – un accordo confederale valutandolo positivamente, nessuno
avrebbe sollevato problemi di regole. Invece una non approvazione
sulla base di un’analisi attenta dei contenuti ha provocato reazioni
incomprensibili. Devo dedurne che le regole stabiliscono che si può
votare in un solo modo, cioè positivamente?
La
stessa Cgil vi accusa di violazione delle regole.

Alcuni
dirigenti sindacali parlano in modo intimidatorio del comportamento
della Fiom e di violazione delle regole. Allora dico a queste persone
che non devono aspettare la fine della consultazione, e tanto meno
usare queste intimidazioni nei territori: abbiano il coraggio delle
proprie idee e mi mandino la commissione di controllo. Non si può
andare avanti così.
I
giornali non sono stati certo più teneri nei vostri
confronti.

Si è scatenata una campagna
sostenuta da commentatori, politici e giornalisti, giunta fino alla
contrapposizione tra Lama ed Epifani, o tra Trentin e Sabattini e
l’attuale direzione Fiom. Non rispondo a queste provocazioni, sono il
puro aspetto degenerativo della china presa dal paese negli ultimi
decenni. Sono schemi berlusconiani che hanno conquistato un
radicamento di massa. Usare i morti rappresenta una degenerazione
morale.
Il voto della
Fiom, ancorché legittimo e incentrato sui contenuti e non sul
governo, rappresenta comunque uno strappo.

Non
sottovaluto il significato del voto del comitato centrale che pone un
problema di natura politica: le valutazioni diverse e il giudizio
dell’accordo aprono una discussione nella Cgil. Trovo questo fatto
«semplicemente» democratico. Sarei preoccupato per una
grande organizzazione di massa che vuole rappresentare milioni di
lavoratori e pensionati, che avesse un atteggiamento unanime: non
corrisponderebbe alla situazione reale tra i lavoratori che invece,
oggi, trova un riflesso positivo dentro l’organizzazione. Tenuto
fermo il rispetto delle regole, scritto nero su bianco nel nostro
documento. Che la situazione sia molto complicata lo dimostra il
fatto che il segretario generale della Cgil ha firmato l’accordo e ha
mandato una lettera per esprimere il suo non consenso su alcuni
punti. Anche questo non è mai successo, e testimonia che il
protocollo crea un rapporto complicato con la nostra
gente.
Rispetterete le
regole decise dalle confederazioni. Ciò vuol dire che, dopo
tutto questo casino, tu andrai nelle assemblee a sostenere il punto
di vista di Cgil, Cisl e Uil che la Fiom non ha condiviso. Non è
un paradosso?

Lo è, ma fa parte delle
regole vigenti e siccome ritengo altamente positivo che si vada a una
consultazione generale che la Fiom ha chiesto, e non era scontata,
accetto tale condizione paradossale. Però mi preme che i
lavoratori – vista la campagna in atto – vengano messi in condizione
di valutare il merito dell’accordo con un’informazione corretta su
tutti i punti. Noi abbiamo apprezzato parti del protocollo – gli
aumenti delle pensioni basse e gli ammortizzatori sociali, finanziati
con l’extragettito – mentre valutiamo negativamente che il
superamento dello scalone di Maroni sia totalmente autofinanziato. Ad
esempio, il ripristino delle 4 finestre per chi ha 40 anni di
contributi è completamente pagato dalle pensioni di vecchiaia,
si allunga l’età lavorativa per recuperare 4 miliardi di euro.
C’è addirittura una clausola di salvaguardia: se nel 2010 i
conti non saranno in regola, scatterà un ulteriore onere
contributivo dello 0,10% che graverà su tutti i lavoratori.
Dunque, quello 0,30% di oneri contributivi dell’ultima finanziaria
non servivano a superare lo scalone, come fu detto, ma a ridurre il
debito pubblico.
Poi c’è
la precarietà…

Solo un esempio dei punti
critici di cui sia la Fiom che «il manifesto» hanno
lungamente parlato. Essendo rimaste identiche le causali che
consentono l’accesso al lavoro «atipico», non è
vero che c’è solo una proroga di 36 mesi per i contratti a
tempo determinato, per di più in molti casi estendibili
all’infinito. Perché a tanti anni di lavoro interinale possono
seguire altri tre anni di contratti a termine, a cui possono
aggiungersi i contratti d’apprendistato. Una vita intera di
precarietà.
Ma
nella polemica di questi giorni si parla di tutto, tranne che di
contenuti.

E’ così, nessuno parla del
merito dell’accordo, ma solo di ipotetici, eventuali, effetti
politici del voto della Fiom. Ciò dà un’idea della
scomparsa dalla discussione delle condizioni concrete di vita e di
lavoro della gente. Non ci si può allora meravigliare del
distacco sempre più evidente dei lavoratori da quel mondo
della politica di cui la grande stampa è parte organica.
Non
si può negare che il voto della Fiom produca effetti nelle
forze politiche, anche a sinistra del Partito
democratico.

Certamente, ed effetti ancora
maggiori li produrrà il voto di milioni di lavoratori e
pensionati nella consultazione. Ma insisto: dal ’96 la Fiom ha
scritto la parola indipendenza nel suo statuto, al termine di una
discussione complicata anche con la Cgil. Vale per il soggetto
sindacale e cambia i suoi rapporti con le forze politiche, a cui la
Fiom non chiede di far proprie le sue posizioni. Ma per qualsivoglia
ragionamento sulla sinistra non può non essere messa al centro
la condizione dei lavoratori, di cui la precarietà è un
aspetto strutturale decisivo. E’ ovvio che le forze di sinistra
dovranno tener conto di altri elementi. Né io né la
Fiom chiediamo la crisi di governo, è chiaro? Io mi esprimo su
un accordo sindacale.
Al
punto di aderire alla manifestazione del 20 ottobre. Sei ancora
convinto della tua adesione?

Ritengo la
manifestazione una scelta giusta e importante e non capisco come un
appuntamento che ha al centro la lotta alla precarietà possa
essere considerata contro il sindacato. E’ incomprensibile, a meno
che non si ritenga che l’accordo del 23 luglio abbia risolto il
problema. Ma sono altrettanto singolari le argomentazioni che
arrivano dall’altra parte, da settori del cosiddetto «movimento»:
non aderisco perché non è contro il sindacato e non
chiede la caduta del governo. Infine, mi preoccupa molto che la
mobilitazione e il coinvolgimento della gente venga vissuto sempre in
modo drammatico. Purtroppo ciò fa parte di una storia della
sinistra che tanti, a parole, dicono di voler superare.
Da
più parti si agita lo spettro del congresso straordinario
della Cgil
.
Io non l’ho chiesto, perché non
mi interessa una resa dei conti. I problemi emersi in questo governo
di centrosinistra con la finanziaria e il protocollo del 23 luglio
evidenziano una questione strategica per il futuro stesso del
sindacato. Un problema presente da tempo, anche con Cofferati, pur
coperto dalla giusta battaglia sull’articolo 18. Un problema di
ruolo, di senso, di autonomia che mette in gioco, in Italia come in
tanti altri paesi, il futuro stesso della rappresentanza sindacale.
Il problema ha un nome: la cultura della rappresentanza sindacale, la
cultura della Cgil. Vogliamo parlare di questo?

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Cremaschi sul 20 ottobre 2007

Sezione: manifestazioni – Pagina:
002/003 (9 settembre, 2007) Corriere della Sera

Leader Fiom Cremaschi: la piazza del
20 vincerà solo se attacca il governo

ROMA – «La manifestazione del 20 ottobre? Per noi è più
importante il referendum che i sindacati hanno indetto per il
protocollo del 23 luglio sul Welfare e a cui chiediamo di votare no».
Il segretario nazionale della Fiom-Cgil, Giorgio Cremaschi, dà
mostra di non tenere in grande conto l’ appuntamento che ha diviso e
poi riunito la «Cosa Rossa». Snobismo sindacale? «Ma
no – ride Cremaschi -, è che quella manifestazione può
riuscire solo se è esplicitamente contro il governo, sennò
sarà un fiasco». Lei fa il difficile, ma anche la Fiom
vi ha aderito. «Se è una manifestazione che è
stata promossa per far vedere che la Cosa rossa c’ è, allora
ha solo un valore mediatico, per il resto non vale nulla».
Cremaschi di mestiere fa il sindacalista, ma i leader della Cosa
rossa fanno i politici ed è ovvio che più di tanto non
possono tirare la corda. «Non ci sono storie: se dobbiamo stare
appesi ai sospiri di Mussi, alle incertezze di Pecoraro Scanio, alle
rabbie di Giordano o alle indeterminatezze di Diliberto non andiamo
da nessuna parte. Insomma, se l’ unico scopo della sinistra radicale
è quello di sostenere il governo, la manifestazione finirà
malissimo: o sarà un flop come quella del 9 giugno contro Bush
o, peggio ancora, esploderà nelle mani dei leader della
sinistra…». Ma che vorrebbe mai il leader della Fiom?
«Semplice, vorrei che sullo striscione d’ apertura della
manifestazione ci fosse scritto: no alla politica fiscale del
governo». Difficile, visto che, alla fine, il corteo si fa
tutti insieme solo perché non è anti-governativo, del
resto si presume che anche lei non voglia far cadere Prodi… «Che
palle questa storia della paura di far cadere il governo». Bè,
l’ alternativa è Berlusconi. «Se la si vuole mettere
così, allora parliamo un po’ di questo governo: lo scalone
Damiano è peggiore dello scalone Maroni, la legge 30 versione
Prodi è peggio della Biagi e la decontribuzione degli
straordinari è peggiore della politica fiscale di Sarkozy.
Perciò la manifestazione riuscirà solo se sarà
esplicitamente contro il governo. E di questo discuteremo nei
prossimi giorni. Su questo chiederò delucidazioni».
Discuterete sì, con degli interlocutori poco propensi ad
adottare questa linea, perché da Giordano a Mussi, passando
per Pecoraro e Diliberto, la volontà è un’ altra:
quella di spronare Prodi non di contrastarlo. «E allora sarà
un disastro. Se veramente quella che voi giornalisti chiamate Cosa
Rossa intende muoversi così vuol dire che non dà un
segnale di forza, ma di estrema debolezza. E infatti il bilancio
della sinistra al governo è un bilancio fallimentare».
Addirittura… « I partiti della sinistra sono all’
umiliazione. Almeno prima il Partito Democratico non aveva bisogno di
far vedere che non contavano nulla. Ora invece il Pd lo dimostra
platealmente, come platealmente questo governo segue l’ agenda che
gli viene dettata da Confindustria e dalla Lega». È un
crinale difficile per la sinistra, e per Rifondazione che Bertinotti
ha immaginato come partito di lotta e di governo. «Contenti
loro… Non vogliono uscire da questo esecutivo? Lo decideranno i
loro gruppi dirigenti, intanto io noto che è più di
sinistra il governo di grande coalizione tedesco guidato dalla
Merkel, dove pure i partiti che equivalgono alla Cosa rossa sono all’
opposizione, di quello guidato da Prodi». Ma Cremaschi
parteciperà alla manifestazione? «Ho già detto.
Per me è più importante il referendum sul protocollo,
che rappresenta la vera svolta a destra di questo governo. Quanto
alla manifestazione vedremo. Certo, se non si ha il coraggio di dire
che Tommaso Padoa-Schioppa sbaglia, che manifestazione è?».
Una manifestazione – scusi la ripetizione – di stimolo al governo.
«Ma le manifestazioni sono "contro" o non sono. La
piattaforma con cui la Cosa Rosa aderisce all’ iniziativa, invece, mi
ricorda tanto Stalin. Nel ‘ 50, con il giornale del Cominform, non
sapendo che posizione prendere su un determinato tema, Stalin fece
fare un titolo di sette righe: per la pace, per la democrazia, per lo
sviluppo…». Dica le verità, Cremaschi, a lei piace
tanto fare la parte del bastian contrario. «Falso. Guardi che
tutti questi dubbi non vengono solo a me. L’ altro giorno parlavo con
uno dei promotori della manifestazione, Marco Revelli, e lui mi ha
detto: se va avanti così ritiro la mia adesione…».
Maria Teresa Meli

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Manifesto
settembre 2007

Mancano idee e
coraggio a sinistra di Paperino

Giulietto Chiesa

Andrò alla manifestazione del 20 e invito a partecipare tutti
quelli che la pensano come me, e dintorni. Ci vado per tanti motivi,
il primo dei quali è la mia solidarietà con i
lavoratori metalmeccanici. E la necessità di rimettere il
lavoro al centro dell’attenzione non solo della sinistra ma
dell’intera, io credo maggioritaria, opinione pubblica democratica
del paese.
Ci andrò, il 20, a maggior ragione dopo il
Vaffanculo Day. Perché penso che, se la giusta spallata che
Beppe Grillo ha dato alla classe politica italiana dovesse «finire
male» (come molti commentatori e membri dell’oligarchia, che
non aspettano altro, si affannano a profetizzare) la responsabilità
primaria sarebbe della parte della classe politica che ancora non è
interamente soggiogata alle esigenze dei poteri forti.
Parlo
della sinistra che io chiamo istituzionale (in polemica con il
termine «radicale» che le è stato ingiustamente
affibbiato) e che si colloca, almeno spiritualmente, «a
sinistra di Paperino» (non so chi abbia inventato questa
espressione, ma la trovo azzeccata), cioè del Partito
democratico. E’ ad essa che spetta di dare risposte, visto che gran
parte dei seguaci di Grillo sono – come risulta dai sondaggi, ai
quali credo – di sinistra, mentre un’altra parte, non meno grande, è
fatta di gente (giovane) che non è di sinistra perché
non l’ha mai incontrata in vita sua, non la conosce e l’accomuna al
resto della classe politica nel suo disprezzo.
Andrò alla
manifestazione del 20 perché penso che sia nell’interesse del
paese. Perché un governo che continua a mettere al centro
della sua azione essenzialmente la crescita del prodotto interno
lordo non è in grado di fare fronte ai tremendi compiti che si
delineano sul vicino orizzonte. Tra questi, prioritaria, è la
questione del clima e quella, ad essa correlata, dell’energia.

Abbiamo di fronte una manciata di anni per affrontare (non dico
risolvere) questioni che riguardano la vita dei nostri figli e siamo
soffocati da un’ignoranza generalizzata. Nessuno (anche nei media,
nella tv pubblica) sembra preoccupato del fatto che lo stesso, ahimé
realistico, obiettivo (europeo) di contenere la crescita della
temperatura del pianeta entro i 2 gradi centigradi significherà
comunque catastrofi immense e grande dolore umano. Chi pensa che
riguarderà soltanto i poveri del pianeta, si sbaglia: anche
noi ne saremo investiti, e, in massa, siamo impreparati.
Una
classe politica (e io direi anche imprenditoriale) così
stupida non merita di essere trattata meglio di quanto abbia fatto
Beppe Grillo, ma una risposta energica e meditata deve seguire la
spallata. Vogliamo lasciare a Grillo l’onere di formularla? Mi
aspettavo e mi aspetto dai partiti della «cosa rossa»
qualche cosa di più degli attuali balbettii. Al Parlamento
europeo ho voluto dare forza a Sinistra democratica, aderendo alla
sua frazione europea come indipendente. Ma da Roma non è
arrivata nessuna idea fino ad ora. Non vedo ampiezza di vedute,
respiro; non vedo segnali che abbiano capito, a sinistra di Paperino,
che bisogna rinnovare forme organizzative e metodi di analisi della
società.
Non stupisce in verità, perché
anche loro hanno «perduto il contatto» con la gente.
Altrimenti non avrebbero perduto mesi a discutere con Angius e
Boselli. E, quando ho proposto di costruire una Fondazione, di creare
una vera «maniglia» di massa, per studiare insieme,
partiti e movimenti, dove sta andando il pianeta, per trovare insieme
le risposte, tutto si è fermato.
Il 20 significa dare una
spallata anche a questo impressionante immobilismo, che è un
sintomo anch’esso del fatto che non solo la classe politica
oligarchica non ha in testa null’altro che la deriva neoliberista, ma
anche che a sinistra di Paperino mancano idee e coraggio. E che, se
continua così, Paperino potrà svolgere il compito che i
poteri forti gli hanno assegnato, cioè di farla finita con la
democrazia liberale e con la Costituzione repubblicana nata dalla
Resistenza.
Andrò il 20 alla manifestazione perché
voglio gridare forte contro la guerra che sta per cominciare contro
l’Iran, e contro la base di Vicenza, e contro le spese militari in
aumento, e contro la follia suicida delle oligarchie belliche
americana e europea.
Andrò alla manifestazione del 20
ottobre anche perché penso che, se c’è una via per
salvare la sinistra, la democrazia, il paese, è quella di
costringere il sistema mediatico a dire la verità sullo stato
del mondo. Dico costringere sapendo quello che dico. Neanche il
migliore dei governi potrà infatti prendere, negli anni a
venire, le decisioni dolorose che s’imporranno (di nuovo sul clima,
sull’acqua, sull’energia, sulla vita organizzata delle nostre città)
senza un minimo di consenso. E milioni di cittadini ignari del
pericolo non potranno darglielo, educati come sono a essere
consumatori compulsivi. Se la televisione non glielo spiegherà,
con tutta la crudezza necessaria, non potranno né sapere, né
capire. E allora, sinistra istituzionale, come puoi pensare di fare
fronte, e di non essere travolta tu stessa, senza porre sul tappeto
la questione di una informazione e comunicazione democratica?
Dovresti saperlo, sinistra istituzionale, che Paperino andrà
oltre la lottizzazione, privatizzerà anche la tv pubblica, ci
elargirà una finta informazione buonista e bugiarda come
quella di Gianni Riotta e di Clemente Mimun, di Bruno Vespa e della
coorte dei pennivendoli che ne hanno seguito l’esempio.
Andrò
in piazza il 20 perché abbiamo poco tempo.

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(16
settembre, 2007) Corriere della Sera

SINISTRA DEMOCRATICA

Mussi: no al
corteo del 20. Angius si allea con lo Sdi

 

ROMA – Fabio
Mussi ribadisce il suo «no» alla manifestazione del 20
ottobre contro l’ accordo sul Welfare, pur senza demonizzarla, ma va
avanti per la strada che porta alla federazione con Pdci,
Rifondazione Comunista e Verdi che a quel corteo, per lo più,
andranno. Cammin facendo, però, rischia di perdere qualche
pezzo di Sinistra Democratica. Anzi, in realtà uno l’ ha già
perso. E si chiama Gavino Angius, che ieri non è neanche
andato alla riunione del Comitato promotore del nuovo
movimento-partito. Un altro, che si chiama Valdo Spini, è
invece rimasto. Ma guida una sorta di minoranza interna ed è
pronto a fare le valigie se le cose non cambieranno. È l’
anima socialista di Sd, minoranza a tutti gli effetti perché
ieri sono stati solo 5 i voti contrari e 5 gli astenuti contro i 245
«sì» al documento della maggioranza. Ma sia Angius
che Spini hanno redatto un manifesto firmato in tutto da 19 esponenti
della sinistra, tra i quali Franco Grillini, Lucio Villari e,
soprattutto, Enrico Boselli. L’ obiettivo del gruppo è infatti
quello di combattere le stesse battaglie dello Sdi a favore di una
più netta collocazione nel Partito socialista europeo.
Distinguendosi in questo modo sia dal Pd che da Rifondazione
Comunista. Denuncia Spini: «Di fronte all’ annuncio di Mussi di
non presentare alle prossime amministrative di primavera una lista
autonoma di Sinistra Democratica, ci obbliga a ribadire la nostra
posizione». E così, annuncia, «ai primi di ottobre
ci sarà una conferenza politico-programmatica di chi aderirà
al nostro appello». Mussi tiene aperto il dialogo ribadendo che
Sd «ha l’ intenzione di aderire al Pse». E forse anche
per questo incassa una protesta molto limitata sul fronte socialista.
Il cuore del suo discorso al Comitato promotore lo dedica però
al futuro. Che sarà accanto a Prc, Pdci e Verdi, con l’ idea
di fare una vera e propria federazione, anche se – mette in guardia
il ministro dell’ Università – «sui contenuti e non
sugli schieramenti». Esempio: il documento comune della
sinistra sul Welfare, che la prossima settimana sarà
presentato a Romano Prodi. Subito dopo verrà prodotto un altro
scritto sulla Finanziaria e magari si arriverà ad una stessa
linea sulle pensioni. E così via. A fine mese ci sarà
addirittura la prima Festa unitaria della sinistra: a Bologna per
quattro giorni con chiusura dello stesso Mussi insieme a Gennaro
Migliore (Prc), Manuela Palermi (Pdci) e Alfonso Pecoraro Scanio
(Verdi). Certo, restano le differenze su come procedere di fronte
all’ accordo tra governo e parti sociali sul Welfare. Mussi difende
il suo «no» alla piazza, al corteo del 20 ottobre, ma non
ne fa un dramma: «Non aderiamo, ma neanche spariamo a palle
incatenate contro chi va al corteo». Anche perché forse
ci andranno anche alcuni esponenti di Sd, come Giovanni Berlinguer e
Cesare Salvi. Ma, in attesa di vedere come andranno le primarie del
Pd il 14 ottobre, Sinistra Democratica rilancia possibili accordi
elettorali già dalle amministrative della prossima primavera:
liste unitarie con gli alleati «là dove è
possibile». Non a caso ieri Rifondazione Comunista faceva
sapere che, secondo gli ultimi sondaggi, il partito nelle ultime
settimane risulta in crescita e viaggerebbe attorno al 7,3 per cento.
* * * NUOVO PSI LE MINI-SCISSIONI È lite tra Bobo Craxi e
Gianni De Michelis: Bobo è eletto segretario, ma De Michelis
contesta l’ elezione. È scissione. Parte del Npsi e Bobo vanno
a sinistra. De Michelis e l’ altra metà nel centrodestra * * *
PCL Nasce da una costola del Prc il Partito comunista dei lavoratori.
Lo fonda l’ ex leader della minoranza trotzkista Marco Ferrando,
uscito dal Prc contro la scelta di andare al governo * * * D-DESTRA
Francesco Storace a Fiuggi fonda la corrente interna ad Alleanza
nazionale «D-destra». A maggio 2007 annuncia le
dimissioni da An e a fine luglio dà vita al nuovo partito «La
Destra»

 

Zuccolini
Roberto

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