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Un raggio di sole tra due pareti di pioggia

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Il giorno prima e nei giorni successivi ha piovuto, ma il primo maggio
San Precario ha spazzato le nuvole lasciando che il sole illuminasse la Milano
precaria.

La costruzione della MayDay007 viene da lontano, cresce nelle lotte
dei precari e dei precarizzati che hanno agitato la metropoli e si
rappresenterà nella composizione del corteo. Qualcosa sta cambiando:
si muovono nuove energie, si coagulano relazioni, aumenta la
partecipazione attiva, le assemblee si riempiono.
I sentimenti e le
idee dei precari e delle precarie trovano linguaggi comuni. Si chiede
al movimento di investire in questa direzione, si chiede al movimento
di rendersi invisibile. Però a latere di ogni assemblea si percepisce
in modo sempre più rumoroso il timore che questa trasformazione non
trovi un risultato tangibile nella partecipazione di piazza e
nell’arena politica.


L’affluenza in piazza XXIV Maggio è da cardiopalma. Tantissimi i carri
ze pochissime le persone. Bisogna partire prima, i bilici vanno
incolonnati. Corso di Porta Ticinese, poi Molino delle armi, poi
Correnti e quindi via Torino. I carri sono disposti, le persone stanno
arrivando. Improvvisamente è il caos, quello vero, senza censure. Un
mare di persone cerca di risalire il corteo, ogni bestione munito di
sound crea un imbuto. Si sente chiedere: "Chi sono questi?", "Ma come
funzionano i tarocchi?", "Ma questo è il City vero? No è of Gods,
quello dei precari", "Dov’è il carro della telefonista?", "Hai visto
quelli dello spettacolo? Ehi bello, ne hai da camminare: aprono il
corteo". La situazione peggiora in Duomo, dove due ali di folla
bloccano ulteriormente l’andirivieni dei ricercatori di tarocchi, dei
risalitori di corteo, dei precari/e alla deriva. Ormai il timore è
svanito, la MayDay è traboccante.

Il protagonismo precario impressiona. Aprono la Samba Band pink
(ottima e pimpante) e la Critical Mass, seguono gli Autorganizzati
dello spettacolo e della Scala, i giornalisti, cre/attivi e precari
(new entry!), le ragazze/i Winders contro le esternalizzazioni e la
cessione del ramo d’azienda, supportate dai complottari di Genova e
dai piacentini del Pacio. Poi ci sono i precari/e del Comune di
Milano, dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente)
insieme al Punto San Precario di Milano. Le medichesse
dell’Ambulatorio medico popolare per la sanità gratuita, gli operai
sociali per la santità collettiva, coadiuvati dai bergamaschi e dalle
bergafemmine del Pacì. E poi i/le migranti, tante associazioni unite
da un’unica firma, un unico indirizzo di posta e un unico futuro:
cittadini di fatto, seguiti (o forse preceduti) dagli studenti, che
hanno appena occupato l’ex-sede del Pci poi Ds ora Pd – domani chissà
– di Via Volturno, e dal Foa Boccaccio. Una cospirazione fra precari/e
e migranti che segna un’attitudine e organizza conflitti, lontana
dalle velleità identitarie. Segue il sindacalismo di base (Cub, Sdl,
Unicobas), poi il carro dei phone center che si oppone all’infame
legge regionale d’impronta razzista che colpisce le comunità migranti.
C’è anche una parte della comunità cinese, colpita dai vigilanti
meneghini guidati dall’ignobile De Corato.

Poi ancora la Rete della
città dal basso, a cui succedono una quantità di camioncini dai sound
corposi, aperti dal ritmo degli Opposti Concordi e seguiti da un
numero considerevole di giovanissimi, forse alla loro prima esperienza
maydayana.
L’arrivo in Piazza Castello rende giustizia al numero e alla bellezza
dei precari/e: cinquanta, sessantamila persone vere, in carne ed ossa.
Non servono moltiplicatori per cantarne le lodi. La loro qualità si
leggeva nel secondo numero della freepress Precaria – City of Gods
( http://city.precaria.org )- stampato in venticinquemila copie e
distribuito sin dalla mattina, pietra dello scandalo nei giorni
successivi per la sua tagliente scorrettezza. Attenzione: City of Gods
non è nato per fare informazione, ma per manipolarla. City of Gods è
sorto con lo scopo di condividere fra i precari strumenti e
opportunità per elaborare l’informazione in modo incisivo e feroce,
consentendo di andare oltre la narrazione di sé per giungere alla
creazione del sé
.

Sul crinale di questa differenza si deve leggere anche il senso dei
tarocchi ( http://cartomanzia.precaria.org ). I più sprovveduti vi hanno
visto una riedizione degli Imbattibili. Si sono soffermati sulla forma
e non hanno varcato la soglia della sostanza. Le figurine supereroiche
incitavano alla narrazione, all’uscita dal limbo, alla possibile
relazione. I tarocchi precari mettono invece in luce un possibile
utilizzo di questa presa di parola, evidenziano strategie ed
opportunità nuove. La precarietà, anzi, la precarizzazione si esprime
ben oltre l’atipicità dei contratti. Ma questo sta diventando uno
slogan.
Ogni cosa, per quanto negativa – e la precarietà ha infiniti aspetti
negativi – non deve sembrare immutabile. Per questo è necessario
esprimere una volontà che non rivendichi un ritorno al passato, che
altro non sarebbe che una restaurazione di un qualcosa che ha già
perso. È necessario scorgere opportunità negli aspetti nefasti della
precarietà. I tarocchi esigono una lettura in questa direzione. Le
relazioni, frutto della diserzione dalle chimere delle imprese, devono
trasformarsi in complicità. La schiavitù indotta da un lavoro senza
più dignità, privo di ogni valenza civilizzatrice, deve formulare
un’idea cooperativa, creativa, sostenibile nei prodotti materiali ed
immateriali dei nostri gesti e dei nostri desideri.

Per questo, è stato scritto, l’unico modo per azzeccare il futuro è
cospirare nel presente. Per questo l’unico modo di cospirare nel
presente, aggiungiamo ora, è quello di indovinare la direzione verso
cui dirigere il proprio futuro.

Al di là delle solite forme di gioia, ballo e sballo, birra e danze,
la MayDay di quest’anno ha posto con forza l’intenzione di operare
nell’immediato futuro per il raggiungimento di tre obiettivi
intermedi, fattibili e realistici, attraverso i quali svelare,
concretamente, le ipocrisie insite nella retorica con cui governo e
sindacati confederali tentano di ammansirci: riduzione delle tipologie
contrattuali, salario minimo orario, e definizione di una continuità
di reddito lontana dalle idee ammortizzative e legata invece alla
generalizzazione dei diritti fondamentali e delle tutele del lavoro
per nativi e migranti.
Il post MayDay è sempre stato traumatico ma quest’anno lo è ancora di
più. Un’onda infinità di richieste di partecipazione e di entusiasmo
ci rallenta moltissimo. Un report a una settimana di distanza non era
mai capitato, anche considerata la nostra indole pigrissima. A breve
si organizzerà un incontro fra le varie MayDay e con i precari/e che
la animano per definire una campagna autunnale su queste tematiche e
per ragionare insieme delle prospettive maydayane.
Da notare che durante la manifestazione del mattino, cui hanno
partecipato circa 5.000 persone, la Cgil milanese (per bocca del
segretario Rosati) ha auspicato per l’anno prossimo l’organizzazione
di un unico evento. Rosati ha detto testualmente che ne parlerà con
gli organizzatori della MayDay. Divertente, no? Magari la brillante
pensata è fare un bel concerto all’Arena nel pomeriggio (come San
Giovanni) per svuotare la MayDay. E poi quella di Milano non è stata
l’unica MayDay in Europa. Anche altre manifestazioni hanno riempito di
contenuti e conflitto il primo maggio precario, sempre più restìo a
farsi risucchiare dalle forme tradizionali del sindacato e dei
partiti. Da Milano a Napoli, da Helsinki a Siviglia, MayDay! MayDay!.
Eppure, c’è chi non si accorge che la MayDay ha raggiunto una maturità
e un’autonomia che la rendono l’unica forma di rappresentazione della
condizione precaria.

In alcuni media di movimento non si trova nemmeno
una riga sulla più grande manifestazione precaria del primo maggio. Ma
la MayDay non ha bisogno di altoparlanti, scrive direttamente tramite
la propria free&free press City of Gods e contratta e autogestisce due
pagine sui quotidiani di sinistra. Crea scompiglio e porta il
subvertising nelle paludate reti dell’informazione sindacale, sino a
far perdere la testa al più grande sindacato italiano.
Un’ultima riflessione: gli aspetti qualitativi più importanti che
differenziano la MayDay di quest’anno dalle passate edizioni sono
stati la capacità di coinvolgere il mondo del precariato sin dalla sua
costruzione e quella di avanzare proposte concrete che possano aver le
gambe per marciare in modo autonomo e autorganizzato oltre l’evento
simbolico del primo maggio.

Ci sono oggi, dopo anni di attività di
rete, contaminazione e coinvolgimento (lavoro fatto fuori dai
riflettori mediatici, ma capace di sedimentare relazioni fruttifere
che hanno garantito, oltre alle forme autonome di espressione, anche
una capacità di conflitto e di rapporto con le istituzioni nefande di
questa città) tutte le condizioni per affrontare la precarietà
esistenziale nei suoi diversi aspetti.
Dopo il tempo della denuncia, dopo il tempo dell’orgoglio precario, si
cominciano a porre le prime basi non solo per vincere in specifiche
situazioni (vedi Sea e operatori sociali) ma per imbastire un piano di
azione politica riconosciuta, supportata, condivisa e organizzata dai
precari/e stessi
.

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