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Un contratto da paura – Il Corsera scrive agli azionisti



L’anno 2008 dei giornalisti d’Italia finisce con una lettera
del Comitato di  redazione del Corriere della sera agli azionisti. Firmandosi
nome e cognome, i quattro membri del CdR (e il quinto? Daria Gorodisky – sul
cui molto contenuto stipendio dichiarato pubblicamente durante la Conferenza
nazionale dei CdR tutti si fanno domande – che fine ha fatto?) vuotano il
sacco: il Gruppo Rcs da tempo non ha progetti editoriali degni di questo nome,
a pensarci bene non ha a capo neppure veri editori ma un’accozzaglia di azionisti impegnati in svariate
attività, non investe ui propri giornali, è in ritardo e parla fuori proposito
di multimediale, ha sborsato, negli anni, cifre folli solo in liquidazioni extra
per manager in un continuo, infernale, tour over – cambiano così velocemente
che non si riesce a fare in tempo a capire se gli aumentano gli stipendi, come
succede a tutti gli altri, nel settore, anno su anno.




Qualche tempo fa Il Sole 24 ore ha stilato un rapporto sugli
stipendi dei dirigenti delle case editrici, sulla base di dati (dichiarati)
Fieg: nel 2004-2005 il Gruppo Rcs ha speso 17 milioni di euro in buonuscite,
destinati, in particolare, a lenire il dolore dell’addio di Maurizio Romiti. Se
si conta dal 2003 diventano 26 milioni. Poi, nel 2006, si aggiungono altri 11,7
milioni di euro, di cui 9,6 milioni per la risoluzione anticipata del rapporto
con l’amministratore delegato, Vittorio Colao. Quaranta milioni di euro sono
volati via in neppure quattro anni solo perché qualcuno lasciasse il disturbo e
liberasse il posto a qualcun altro, pagato di più.

Il Corriere è preoccupato dalla crisi e dall’approfittarsi
di essa del board del Gruppo che c’è saltato sopra di slancio (ottima
l’occasione di fare pulizia e mantenere inalterati i rendimenti dei grandi
azionisti attraverso un abbondante taglio di costi), ma soprattutto è nervoso
per la vicina chiusura del contratto nazionale di lavoro tra sindacato ed
editori che li vincolerebbe a prestazioni

“tutto compreso” sul multimediale a parità di orario e di
salario. Mentre Repubblica, che è di sinistra, si è blindata da tempo – alla
faccia del contratto nazionale –  con un
contratto di secondo livello che prevede volontarietà e pagamento delle
attività sul web svolte dai giornalisti, il quotidiano di via Solferino non si
è attrezzato e adesso rischia l’imposizione dell’”all-inclusive”

senza villaggio vacanze. Nella disperazione, si è accorto
perfino di ciò che era evidente da tempo veramente a tutti, ovvero
dell’ingombro della marchetta sull’informazione tra le pagine del prestigioso,
antico, giornale italiano. Il fatto che per Repubblica il problema sia
identico, se non addirittura peggiore, non è di sollievo.

Il capitalismo cognitivo tende a fare selezione – a creare
segmentazione – della conoscenza. La reputazione, le conoscenze tacite, le
esperienze, i legami in rete – l’“intelligenza collettiva come paradigma
dell’esperto” – tra “catacombari del web” finiranno per contare più delle
tessere dell’Ordine. Non è l’appartenenza in sé a un baraccone come un
quotidiano che – ancor di più di quanto già è – 
farà la differenza – garantirà la qualità – nel futuro.

Per ora il Corsera tutto questo non lo sa e con questa
lettera agli azionisti in cui ricusa il crollo di diffusione del giornale
sembra anche indicare (minacciare) – tra le righe – che i problemi economici
del Gruppo potrebbero venire non dal quotidiano ma da altrove – per esempio,
dall’area periodici, apparentemente l’anello debole della catena, appena un
livello sopra i freelance.

Reazioni dei periodici, che rischiano di fare da capro
espriatorio? In Mondadori, al momento,  “un’affollata
assemblea di 300 giornalisti” sembra non abbia fatto altro che ringraziare il
vertice della Federazione della tenacia con cui sta perseguendo la trattativa.
Ha chiesto, classicamente, di “vigilare”, di “informare”. In Rcs Periodici ci
raccontano di una riunione tutto sommato più adeguata perché meno seria: quasi l’intera Segreteria
nazionale schierata in sala mensa a spiegare il contratto (a giochi ormai
fatti, perché i signori avevano già incassato l’autorizzazione a procedere
della Conferenza nazionale dei CdR) mentre in puro, grottesco, stile Bunuel
alle 12 in punto – alle spalle di Natale, Siddi & co, in piedi, con
microfono – partiva l’erogazione della zuppa – vociare in crescendo di masse
impiegate affamate. Studiata per minimizzare il rischio del dibattito, in realtà
perfettamente adeguata al livello. Del vertice sindacale. 

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